modello di vita e verità cristiana

11 marzo 2014 - 19:13
Mario Palmaro (1968-2014) un modello di vita e verità cristiana

mario_palmaro(di Roberto de Mattei) La vita di un uomo si giudica dalla sua morte, perché è in quel momento supremo che l’anima si presenta al cospetto di Dio ed è oggetto, in modo inappellabile, della sua infinita giustizia e misericordia.

La perseveranza finale non è scontata per nessuno. È un dono che va richiesto continuamente, soprattutto attraverso la recita quotidiana dell’Ave Maria, che si conclude con l’implorazione di essere assistiti dalla Madre di Dio nell’ora cruciale della nostra morte. Mario Palmaro è morto ed ha vissuto i mesi della sua malattia in maniera esemplarmente cristiana, infondendo in tutti coloro che lo avvicinavano quella tranquillità e forza d’animo di cui è capace solo chi è immerso in una fede profonda.

Ma la vita di un cristiano, quando è giornalista, scrittore, docente universitario, quale fu Mario Palmaro, si giudica anche dai gesti pubblici che precedono la morte, perché questi gesti hanno il sigillo a fuoco della verità. Se nel corso dell’ esistenza umana può avvenire una frattura tra il pensiero e la vita, quando si avvicina il momento ultimo e se ne è consapevoli, le dimensioni del pensare e dell’agire si ricompongono inesorabilmente. C’è dunque un’intima e profonda coerenza tra il modo con cui Mario Palmaro ha affrontato la malattia e la morte e lo spirito che, negli ultimi mesi della sua vita, lo ha spinto a esprimere il suo pensiero sulla drammatica crisi attuale della Chiesa, che assomiglia anch’essa a un’ora di agonia, se non sapessimo che la Chiesa è immortale, destinata a trionfare sulla storia e a non essere piegata da essa.

Con Alessandro Gnocchi, Mario Palmaro ha scritto per il quotidiano “Il Foglio” una serie di illuminanti articoli che Giuliano Ferrara ha avuto il grande merito di ospitare e poi di raccogliere in un volumetto uscito significativamente l’11 marzo, tra la morte e le esequie di Mario, con il titolo. Questo Papa piace troppo. Un appassionata lettura critica (Piemme, €15,00). Non è mancato tra i cristiani tartufi da cui siamo circondati chi si è scandalizzato per questi articoli, accusandoli di essere contro il Papa e dunque, implicitamente contro la Chiesa e la fede. Ma i denigratori sono spesso gli stessi che in privato si esprimono in termini altrettanto critici, verso Papa, cardinali e vescovi, che pubblicamente ossequiano. Non conoscono il dolore e l’amore che hanno spinto cattolici come Gnocchi a Palmaro a dire apertamente ciò che altri pensano ma non confessano. Mario Palmaro è stato presidente di un’associazione denominata, non a caso, “Verità e Vita”.

Ciò che ha detto e scritto Mario Palmaro nell’ultimo anno della sua vita, quando vedeva la morte davanti a sé, è stato mosso anche dal desiderio di confermare la vita alla verità; di vivere nella verità, di esprimere ad alta voce ciò che altri pensavano, ma che lui sapeva di non avere il tempo di rinviare. Vi sono parole che sono necessarie, scriveva il 15 maggio 2013 a Carlo Casini, «quando ci accorgiamo che non avremo abbastanza tempo per adempiere al nostro compito, perché il termine di questa vita si avvicina a grandi passi. Altri però continueranno il lavoro iniziato. E non taceranno».

Mi onoro di essere stato espulso come Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro da “Radio Maria”, per le stesse ragioni per cui essi sono stati estromessi e desidero testimoniare loro la mia gratitudine per l’appello in mia difesa su “Riscossa Cristiana” che è stato forse l’ultimo gesto pubblico di Mario. Mario Palmaro non lascia solo un ricordo, lascia un esempio di vita cristiana vissuta nella pienezza della verità. Ed è questo esempio che rende il suo ricordo incancellabile e che incide indelebilmente il suo nome nell’elenco degli eletti del Libro della Vita.

Mario è oggi nell’eternità. A noi, ancora immersi nel tempo, incombe il dovere di continuare la sua opera. Senza tacere, e con la certezza di avere in lui un sostegno spirituale che mai verrà meno. (Roberto de Mattei)
Mario Palmaro

La chiesa che fa sociologia

La-chiesa-che-fa-sociologia-300x198(di Stanislaw Grygiel sul Il Foglio del 11/03/2014) La laicizzazione propria della postmodernità irrompe anche nella Chiesa. Turba le menti e i cuori dei fedeli con domande insidiose, tra le quali oggi prevale questa: Davvero Dio ha detto ciò che la fede della Chiesa gli attribuisce sul matrimonio e sulla famiglia? La domanda: “E’ vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare?…” (Gn 3, 1-3), in illo tempore rivolta dal tentatore all’uomo e alla donna provocò la caduta primordiale.

In fondo, il dubbio in cui nascono domande del genere esprime la negazione della verità e, di conseguenza, della dignità dell’uomo. Esso elimina dal campo visivo dell’uomo i principi del suo essere persona. La verità dell’uomo, infatti, gli si rivela in un altro uomo, cioè nella comunione con lui. Proprio per questo la negazione della verità della persona deve innanzitutto colpire le amicizie, il matrimonio, la famiglia in cui questa persona vive. Ogni realtà viene micidialmente colpita dalle parole il cui contenuto non le appartiene e le viene imposto. Le parole contraffatte incatenano la realtà alle cose che le sono estranee. E’ ciò che oggi succede alla realtà del matrimonio e della famiglia. La postmodernità cerca di convincere l’uomo e la donna che è lecito mangiare il frutto dell’albero che cresce nel giardino della loro relazione plasmata dalla differenza sessuale e la cui invisibile luce indica loro la via da prendere verso la verità. Proprio questa luce è d’intralcio a una volontà che voglia dominare tutti i regni del mondo. Non potendo colpire la luce stessa, questa volontà fa tutto il possibile per esiliare da questa luce l’uomo e la donna e, di conseguenza, farli cadere nell’oblio della verità. Non c’è allora da meravigliarsi come per questa volontà la Chiesa rappresenti un nemico, se posso così dire, primordiale. Il suo cedimento costituirebbe una sconfitta della persona umana.

Consapevole della caduta primordiale dell’uomo e del suo esilio, con la voce di Paolo VI, di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI la Chiesa risvegliava e continua a risvegliare negli uomini la memoria di quell’unico albero la cui luce fa vedere la verità di tutto il giardino. Penso che anche per questo Papa Francesco abbia convocato il Sinodo dei Vescovi. C’è infatti una urgente necessità di aiutare i cristiani a vedere meglio la bella e sacra verità del sacramento che unisce l’uomo e la donna “in una carne”. Come venire loro in aiuto? La risposta è stata data da Cristo.

Un giorno Cristo pose ai Suoi discepoli due questioni. La prima era questa: “La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”. Essi risposero: “Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”. Va bene, questo è ciò che gli altri  pensano di Me. Il fatto che Cristo non si sia soffermato sulle opinioni è per noi un’importante indicazione. Mi sembra che, avendola dimenticata, si sia perso tanto tempo per un’inutile inchiesta presinodale. I sociologi hanno già risposto e continuano a rispondere in modo scientifico alle questioni poste. I vescovi per primi dovrebbero sapere come stanno le cose nelle loro diocesi.

La seconda domanda era questa: “Voi chi dite che io sia?”. Questa domanda è la sola importante per Lui e la sola fondamentale per la Chiesa stessa. A nome di tutti, Pietro rispose: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!”. Su questa domanda Cristo concentra la predicazione del Regno e con la Sua presenza insegna ai discepoli a cambiare il modo di pensare se stessi. Non più attraverso le opinioni ma attraverso la conversione alla verità.

Questo episodio ci mette in guardia dal pericolo di confondere con la fede della Chiesa la vox populi espressa nelle risposte date all’inchiesta presinodale. Non dimentichiamo che solo dopo la risposta data da Pietro alla seconda domanda, non alla prima, Cristo gli disse: “Beato te, Simone, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la Chiesa. (…) A te darò le chiavi del regno dei cieli…” (Mt 16, 13-19). Il mistero della salvezza non è una realtà da calcolare sociologicamente. Mi domando: accadrà questo nel Sinodo? Accadrà se i problemi pastorali sociologicamente vissuti (la prima domanda) incideranno sulla risposta alla seconda domanda, così da rendere ambedue inutili per il mondo moderno. Le domande sul matrimonio e sulla famiglia dovrebbero essere comprese dalla seconda: “Voi chi dite che io sia?”. La parola sul matrimonio e sulla famiglia deve essere la Parola del Padre e non invece una risultante delle statistiche. Disgraziatamente la propaganda comunista ha inciso sulla mentalità occidentale così che persino nella Chiesa da quasi cinquant’anni si è infiltrato il principio marxista del pensare per cui l’efficacia della praxis prevale sulla contemplazione del Logos. Penso al predominio della praxis pastorale sulla dottrina che nella Chiesa è la persona del Figlio del Dio vivente. Non riesco a darmi pace dal giorno in cui una persona autorevole mi ha detto: “Basta con la dottrina di Wojtyla e di Ratzinger, adesso bisogna fare qualcosa!”. Le conseguenze di una tale “impostazione” del lavoro della Chiesa sono gravissime. Parlando filosoficamente, il “fare” che domina l’“essere” e l’“agire” (amare e conoscere) si traduce in una pura produzione. Se quel regno dell’amore e della libertà che è la Chiesa si lascerà plasmare soprattutto dalla praxis pastorale, prima o poi essa farà parte del mondo tecnico e della sua civilizzazione, che io chiamo produttura (productura) in opposizione alla cultura (cultura). Nella produttura pastorale la fede non attecchirà.

Ho letto con grande interesse il testo del cardinale Kasper al recente Concistoro, ma mi rincresce dover dire che ne sono deluso e preoccupato. Sono deluso e preoccupato non come teologo oppure patrologo ma come un semplice cristiano che cammina nella fede sulla via del matrimonio e della famiglia. I teologi e i patrologi analizzino attentamente questo testo per valutarlo dal loro punto di vista. Il loro silenzio sarebbe peccatum omissionis. Come semplice credente, avrei sperato d’essere introdotto dal cardinale nella contemplazione della bellezza della verità del matrimonio e della famiglia. La sua relazione ha invece richiamato l’attenzione dei cardinali sui problemi legati con la prima domanda, quella sociologico-pastorale, il che potrebbe avere gravi conseguenze per i lavori del Sinodo, dal momento che le difficoltà pastorali potrebbero ottenebrare la nostra visione del “dono di Dio”.

La contemplazione della verità dovrebbe dare forma e tono al Sinodo, ma alcune domande poste dal cardinale, che già suggeriscono le risposte, lasciano pensare a un altro scenario. La parte centrale di questo discorso può indurre i cardinali a credere che oggi la prima domanda di Cristo sia più importante della seconda. C’è il pericolo che i problemi sociologico-pastorali possano prevalere sulla contemplazione della presenza sacramentale di Cristo nel matrimonio. Nessuno dubita che la Chiesa debba pensare ai problemi indicati dalla prima domanda, deve però farlo in una continua rinascita di sé, cioè in un continuo ritornare al Principio in cui Dio nella e con la Sua Parola crea l’uomo come uomo e donna. Fondamentale è e sarà il continuo dare una risposta, sempre più profonda, alla seconda domanda. Rinascendo nella Parola che è Cristo, cioè convertendosi a Lui, la Chiesa deve ogni giorno confessare: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!”. Leggo nella relazione: “Tra la dottrina della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia e le convinzioni vissute da molti cristiani si è creato un abisso”. Questo è un fatto. Però la Chiesa commetterebbe un peccato primordiale se si lasciasse trattenere dalla prima domanda e cercasse di truccare il Figlio del Dio vivente a seconda della moda postmoderna, perché la gente Lo scelga come si sceglie una miss tra le candidate truccate in modo adatto allo scopo. La Chiesa che nasce ed è presente nel matrimonio e nella famiglia deve essere fino alla fine del mondo “segno di contraddizione” e di scandalo per il mondo. Il mondo voterà sempre contro di Lei.

Dobbiamo essere grati al cardinale quando dice che il “Vangelo della famiglia” è luce grazie alla quale la vita nel matrimonio e nella famiglia riprende forza e non diventa peso. Tuttavia le sue domande suggeriscono – vorrei sbagliare! – che questa luce è troppo pesante. Non sono d’accordo con lui quando dice che l’uomo non è stato creato per il lavoro ma per la celebrazione del sabato con gli altri e che dobbiamo imparare di nuovo dagli Ebrei a celebrarlo. Gesù rispose a coloro che Gli avevano rimproverato di non osservare il sabato: “Il Padre mio opera sempre e anch’io opero” (cfr. Gv 5, 17). Il lavoro del Padre è esattamente Amore. Il lavoro e l’amore costituiscono un insieme. Staccare l’uno dall’altro significa distruggere l’uno e l’altro. L’amore ha carattere creativo, esso è generante. Lo sappiamo dalla personale esperienza illuminata dal racconto biblico dell’atto della creazione dell’uomo (cfr. Gn 1, 28). La via dell’amore è difficile, ma proprio questo difficile amore fa sì che il lavoro non diventi peso. Ridurre l’amore a un qualche facile evento nella vita significa chiuderlo all’eternità.
Aumenta il numero dei divorzi e dei matrimoni civili o addirittura delle convivenze basate solo su affetto e interessi. Ne nascono dei figli. Comprendo le difficoltà di coloro che sono caduti in queste trappole, vedo le loro ferite. Non mi risulta però chiaro cosa il cardinale abbia in mente quando scrive: “Non basta considerare il problema solo dal punto di vista e dalla prospettiva della Chiesa come istituzione sacramentale; abbiamo bisogno di un cambiamento del paradigma e dobbiamo – come lo ha fatto il buon Samaritano (Lc 10, 29-37) – considerare la situazione anche dalla prospettiva di chi soffre e chiede aiuto”. Allora la praxis pastorale deve accantonare l’evento del sacramento? E’ questo che il cardinale Kasper intende che si faccia? Nel vangelo il buon Samaritano cura il povero viandante assalito, così da ridargli la salute! Tratta le sue ferite in modo amorevole, nella prospettiva che gli apre l’amore per la persona di quel poveretto. La Chiesa non può tollerare il divorzio e il risposarsi dei divorziati proprio perché Essa li deve amare. L’amore della verità dell’essere l’uomo persona è paradigma dell’aiuto dovuto agli uomini aggrediti dal male. Ripeto ancora una volta: l’amore è difficile. Esso è tanto più difficile quanto più grande è il male da curare nell’amato. E’ la verità della persona a definire il modo di avvicinarsi pastoralmente all’uomo ferito, e non viceversa. La perdita del senso del peccato manifesta la perdita del senso del sacro e lascia cadere nell’oblio la vita sacramentale.

Avvicinandosi alla persona divorziata, il pastore dovrebbe partecipare al dialogo di Gesù con la Samaritana (cfr. Gv 4, 4 e s.). Questo dialogo dice cosa sia la comunione spirituale. Gesù rivela alla donna che il desiderio di cui ella arde è desiderio dell’“acqua viva”, cioè del “dono di Dio”. La Samaritana gliela chiede per non aver più sete. A questo punto Gesù le pone una condizione: “Va’ a chiamare tuo marito e poi ritorna qui!”. Colpita dalla scienza profetica di Gesù, la donna gli si apre, confessando il proprio peccato in modo molto sottile: “Non ho marito”. Gesù allora le spiega come Dio vuole essere adorato (“in spirito e verità”). Alla fine le rivela chi Egli sia: “Sono io / Messia /, che ti parlo”. Direi al Cardinale: questa è misericordia! Perdonata, la donna corre dai suoi concittadini e annunziando loro il Messia confessa anche i suoi peccati.

La comunione spirituale si compie nel desiderio di unirsi con Cristo nel Suo corpo e nel Suo sangue. E’ un cammino nella coscienza che lentamente si rende conto del peccato e lo confessa. L’odierna praxis pastorale, sprofondata nella prima domanda, ha fatto sì che i confessionali siano stati venduti agli psicologi e agli psichiatri. La proposta insidiosa di identificare la comunione spirituale con la comunione eucaristica colpisce il sacramento stesso. Esorto ora i pastori a stare ben attenti: l’Eucaristia è da adorare (“in spirito e verità”) e non da manipolare!

Mi fa tremare la scena in cui Gesù, dopo aver detto che chi non mangia il Suo corpo e il Suo sangue non avrà la vita eterna, viene abbandonato quasi da tutti tranne i Dodici. Ed è a questi futuri Pastori che in questa drammatica situazione Egli chiede senza mezzi termini: “Forse anche voi volete andarvene?” (Gv 6, 67). Andate pure! Siete liberi! Verranno gli altri!

Queste parole di Gesù non cesseranno mai di essere attuali. Ma siamo anche certi che non ci sarà mai il tempo in cui Pietro non direbbe: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio” (Gv 6, 68-69).

Nella conferenza del cardinale Kasper c’è ancora un suggerimento che potrebbe ingenerare qualche malinteso, e cioè che sarebbe forse meglio lasciare la decisione sulla validità del proprio matrimonio al giudizio della coscienza del divorziato; basterebbe forse affidare il compito di valutare il giudizio del soggetto interessato a un sacerdote con esperienza spirituale e pastorale… La pastorale e la misericordia non si contrappongono alla giustizia ma, per così dire, sono la giustizia suprema, poiché dietro ogni causa c’è una persona “che ha sempre una dignità unica”. Le carte dei tribunali ecclesiastici non devono prevalere su questa dignità, dice il cardinale. Giusto. Il codice di diritto canonico non è da identificare con il codice penale. Esso è una teologia che aiuta l’uomo a vivere nell’amore e nel lavoro, facendogli vedere che quanto è più grande e bello, tanto più l’amore è difficile, e che esso chiama gli uomini a un adeguato lavoro. Se la Chiesa valutasse la validità del matrimonio soltanto sulla base delle carte, le decisioni potrebbero essere rapide e prese anche da un parroco. La Chiesa però si comporta in altro modo proprio a causa della dignità unica della persona. Ogni uomo è un’opera d’arte e come tale egli è prima di tutto da contemplare “in spirito e verità” e non da manipolare a seconda delle circostanze attuali.

Tra parentesi, pongo una domanda: sarebbe forse più adeguato alla situazione di oggi anche lasciare il giudizio sulla validità dell’ordinazione sacerdotale alla coscienza del sacerdote interessato? Certo, una battuta, ma la posta in gioco esige una riflessione serissima.

Giovanni Paolo II sotto la croce a Nowa Huta, dove la gente difendeva questo segno di salvezza con il proprio sangue, ha detto che la nuova evangelizzazione inizia sotto la croce. Essa inizia nelle donne e nel mistico discepolo radunati intorno alla Madre del Crocifisso. Gli altri discepoli di Cristo erano fuggiti da là per la paura. La nuova evangelizzazione inizia nella maternità di Maria unita alla Paternità di Dio rivelata nel loro Figlio crocifisso. La nuova evangelizzazione consiste nel continuo rinascere della Chiesa. Le persone rinascono ritornando ai Principi della vita, alla maternità e alla paternità la cui unione risplende nel Crocifisso. Quando allora parliamo della donna e dell’uomo, non parliamo degli incarichi nelle strutture ecclesiastiche (cfr. l’intervista del cardinale Kasper pubblicata su “Avvenire” l’1. III. 2014). Noi tutti, anche il Papa e i vescovi, ritroviamo la dignità della nostra persona nell’Eucaristia pasquale che riceviamo sotto la croce. Apparirebbe grottesco chi, dimenticandolo, trovasse rifugio negli incarichi! (di Stanislaw Grygiel sul Il Foglio del 11/03/2014)

Stanislaw Grygiel, ordinario di Antropologia filosofica al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia di Roma presso l’Università Lateranense, è stato allievo di Karol Wojtyla all’Università di Lublino. Successivamente, è stato consigliere e confidente del Pontefice polacco, con il quale ha condiviso una lunga e profonda amicizia. Tra i suoi libri, si ricordano “Dialogando con Giovanni Paolo II” (Cantagalli, 2013) e “Dolce guida e cara” (Cantagalli, 2008).



10 marzo 2014 - 10:47
La posta in gioco per i Francescani dell’Immacolata

francescani dell'Immacolata(Maurizio Grosso) Sin dall’inizio del commissariamento dell’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata, le nuove autorità hanno sempre ripetuto, più volte, il medesimo ritornello: “Sei dalla parte di P. Stefano Manelli o del Papa?”. “Se da un lato c’è p. Stefano e dall’altro il Papa, chi scegli?”. Era un commissariamento cominciato col piede sbagliato, e che perciò ha fatto presto capitolare ogni impresa di raggiungimento di una disperata unità.

In nome dell’autorità di cui gode il commissario, il padre cappuccino Fidenzio Volpi, si è voluto far pressione sui frati non perché riconoscessero i loro errori e li correggessero, ma perché sposassero la nuova linea dello stesso e abbandonassero la fedeltà ai Padri Fondatori. Ai frati non sono stati ancora notificati ufficialmente i famosi “motivi” del commissariamento – e i reati gravi? No, solo «una benevola attenzione che esprime la maternità della Chiesa»: parole di chi se ne intende –, ma solo ripetute le solite nenie, a volte anche contraddittorie.

E una è veramente lampante: la celebrazione della S. Messa secondo il Vetus Ordo (VO). Se come ha recentemente e ufficialmente ammesso il Segretario della Congregazione dei Religiosi, Sua Ecc.za Carballo (vedi qui), la S. Messa tridentina non è il motivo del commissariamento, perché dopo più di sei mesi resta ancora vietata?

Da informazioni molto precise provenienti dai Sacri Palazzi, ormai è fin troppo noto l’errore commesso dalla Congregazione dei Religiosi nel restringere ai soli frati il diritto universale accordato dal Summorum Pontificum. L’approvazione in forma specifica del decreto di commissariamento da parte del S. Padre, proprio sul divieto di celebrare la S. Messa VO, se non dopo nuova autorizzazione della competente autorità, era volto al fine di verificare se effettivamente c’era stato un abuso d’autorità da parte del Fondatore e Superiore Generale in detta materia, come risultava da una delle principali accuse mosse dai cinque frati contestatori, e ripetuta dallo stesso Commissario, il quale sa «per certo che Padre Stefano Maria Manelli ha precisamente imposto la Messa in latino come unica forma di celebrazione ammessa nei Seminari e nei Noviziati» (Risposta aperta a un laico francescano dell’Immacolata).



Non rispondere, ma continuare ad agitare il mantra



Alle numerose lettere ricevute dal Commissario, in cui i frati chiedevano, spontaneamente e liberamente, l’autorizzazione a ricelebrare la S. Messa VO è seguita una non risposta, un assordante silenzio. E con ciò si dava un’interpretazione del tutto fuorviante e abusiva: a giudizio del p. Volpi (o della Congregazione vaticana), l’approvazione in forma specifica del decreto di commissariamento significa, dunque, la sospensione sine die della celebrazione della S. Messa VO, perché, anche se si dice di no, è uno dei motivi centrali della «deriva tradizionalista» e «cripto-lefebvriana» dell’Istituto.

Intanto quell’aut aut, P. Manelli o il Papa, incalza, come un mantra. Ma questa volta notificato per iscritto. Nella lettera dell’8 dicembre 2013, il Commissario diceva, di nuovo, proprio questo:

«… molti altri frati indentificano l’Istituto con la persona stessa del Fondatore, che è circondato da una specie di aureola di infallibilità, e vedono nell’intervento della Chiesa una specie di abuso di ciò che, a loro parere, sarebbe intoccabile e quasi proprietà privata dello stesso Fondatore. Tutto questo rivela gravi errori in campo ecclesiologico circa i principi fondamentali della vita religiosa, e rivela una grande povertà spirituale e una dipendenza psicologica incompatibile con quella “libertà dei figli di Dio”…».

Di qui l’apparente e convincente alternativa posta: o la Chiesa o il Fondatore. E così tanti frati e anche laici sono caduti nel trabocchetto costruito ad arte. Un dilemma di coscienza falso, che ha portato molti a scegliere ovviamente il Papa e la Chiesa, cioè a schierarsi pro-Volpi.

Falso perché mai il Fondatore ha preteso ergersi accanto al Papa o di sostituirsi alla Chiesa. Di questo ne è prova una catena quasi interminabile di scritti, di conferenze, di ritiri spirituali, ai religiosi e ai laici, nei quali sempre il p. Manelli ha insegnato ad aggrapparsi alle tre bianchezze della Chiesa: l’Eucaristia, la Madonna e il Papa. È con il Papa Giovanni Paolo II che nasce e viene eretto l’Istituto, ed è con un altro Papa, Benedetto XVI, che preferiscono la celebrazione VO come preferenziale anche se non esclusiva. Infine, è con lo stesso Papa Francesco che il Fondatore ha voluto obbedire alla decisione di commissariamento, perché ne scaturissero grazie più abbondanti.

In realtà, l’alternativa p. Manelli o il Papa, appunto un mantra, serviva a p. Volpi a giustificare sempre e dovunque il suo operato. Era il Papa e la Chiesa a volerlo. Anche quando ha ordinato, in modo davvero grossolano, quel giuramento sul Concilio Vaticano II e sulla nuova Messa, avulsi completamente dalla dottrina della fede e della morale? Proprio questa decisione, criticata fortemente dai suoi stessi Superiori, si è rivelata alla fine solo una minaccia, che doveva servire a raccattare religiosi alla causa di Volpi-Bruno, fino a spedire inservienti del nuovo corso, qua e là, all’Italia e all’estero, a raccogliere firme pro-Commissario.

Il tempo assegnato alla campagna di raccolta firme/giuramenti è terminato e di fatto nessuna sanzione canonica minacciata è stata adottata nei confronti dei non-firmatari. In nessuna professione di fede, in nessuna ritrattazione di errori imposta dalla Congregazione della Fede a teologi in odore di eresia compariva quanto invece il Commissario esigeva dai Frati, i quali avevano imparato dal loro Fondatore ad obbedire al Magistero della Chiesa, a tutto il Magistero, nell’ininterrotta Tradizione della Chiesa.



La vera alternativa



Qual è allora la posta in gioco per i Frati dell’Immacolata? Non dover scegliere, come vorrebbe il p. Volpi e il suo seguito, tra p. Stefano M. Manelli e il Papa, ma tra p. Volpi e p. Manelli, che sono come il giorno e la notte. Questa è sì la vera alternativa. L’unica alternativa ormai chiara.

Dire p. Fidenzio Volpi significa parlare di una vita religiosa che nasce oggi, che si aggiorna nel tempo in ragione dei tempi, con una memoria sì corta da dimenticare che il Papa non è solo quello regnante, ma è ogni Papa, dal primo all’ultimo. Che anche Giovanni Paolo II è stato un Papa nella Chiesa, il quale ha voluto e approvato i Francescani dell’Immacolata, senza bisogno che diventassero “Ordine religioso”, ma semplicemente nuovo “Istituto religioso”.

Quella di p. Volpi è una vita religiosa che si ammoderna in un modo davvero insolito. La spaventosa crisi vocazionale in atto, con la chiusura dei conventi, non è dovuta a uno smarrimento progressivo dell’identità del religioso, è piuttosto una «crisi di trasformazione». La crisi non è un perdere ma un “esodo”, in cui qualcosa muore e qualcosa già rinasce. Muore la vecchia vita religiosa e rinasce la nuova. Non importa che i numeri dicano altro, importante è che rinasca come nuovo spirito e nuova concezione della vita religiosa, affannosamente in corsa dietro il mondo, secolarizzante quei pochi spiriti ormai rimasti, e con il debito spazio da dare ai laici per superare il clericalismo.

Con i risultati e le conquiste di questi ultimi cinquant’anni questo nuovo ciclo non dà grosse speranze, se non l’alibi di essere ormai “nell’era dei laici”, post-religiosa. Quella di p. Volpi e della sua CISM è una teologia della speranza senza il fondamento. Tutta sbilanciata, dal fondamento al fenomeno.

Dire P. Stefano M. Manelli, invece, significa semplicemente cercare di rimodellare la vita religiosa sui Santi, passati e recenti, che sono incarnazione nel tempo dell’unica vera vita religiosa, quella che principia non con il Concilio ma con Nostro Signore Gesù Cristo. Qui ritorno alle fonti, tanto auspicato, significa ritorno alla genuina e ininterrotta tradizione della vita religiosa, sempre identica e solo per questo sempre nuova. Con la stretta osservanza regolare, quella che fu un tempo anche dei cappuccini, con il massimalismo teologico e liturgico, la vita religiosa non conosce “l’esodo”, ma la sua perenne e continua freschezza, con la fioritura di vocazioni, con l’apertura di conventi e di nuove missioni, con l’entusiasmo dei laici, giovani e meno giovani, pronti a sfidare il futuro e a mettere in gioco la propria vita per stare accanto ai religiosi e così contribuire all’unica missione della Chiesa.

Quell’entusiasmo per p. Manelli, che p. Volpi ha riscontrato in tanti, non è idolatria di una persona, ma scelta preferenziale della vera prospettiva cattolica, quella dei Santi, quella dell’ininterrotta Tradizione della Chiesa.

Dire p. Stefano M. Manelli significa, infine, scegliere la Chiesa nella sua interezza e concepire correttamente lo sviluppo omogeneo di un carisma, nato sotto l’egida della grande tradizione francescana, e maturato gradualmente nella scelta di ciò che è più perfetto, sempre, anche nella liturgia. La teologia di p. Manelli è quella di S. Massimiliano M. Kolbe, di S. Pio da Pietrelcina: l’oggi fondato sulla Tradizione della Chiesa. Una speranza con il fondamento. Dal fenomeno al fondamento.

Questa è la vera posta in gioco. Due visioni della stessa vita religiosa, una che va verso la morte e una che perdura e che fiorisce; due modi di concepire la Chiesa, due ermeneutiche contrapposte: una che chiude i conventi, il seminario, le riviste, che impedisce l’apostolato, che minaccia anche i laici di scomunica, e un’altra che inaugura nella sofferenza l’alba di un nuovo mattino per tutti, per i religiosi e per la Chiesa intera.

Ci sono tanti frati che fanno ancora finta di dover capire. Pensano di prenderla in modo teologico, giocando sul binomio autorità di Volpi-autorità della Chiesa. Ma dovranno anch’essi scegliere. Altrimenti ci sarà qualcun altro che lo fa per loro: la storia. (Maurizio Grosso)