AFRICA BURUNDI

I MIRACOLI EUCARISTICI
Un miracolo eucaristico è, secondo la dottrina della Chiesa cattolica, un miracolo che coinvolge l'eucaristia. I miracoli eucaristici possono essere di diverso tipo:
trasformazione dell'ostia consacrata in carne e/o del vino in sangue, oppure sanguinamento dell'ostia. Nella maggioranza di questi casi il fatto sarebbe avvenuto mentre celebrava messa un sacerdote che dubitava della realtà della transustanziazione;
prodigi di vario tipo avvenuti in occasione di eventi che avrebbero messo in pericolo le specie consacrate: profanazioni, furti, incendi o altro. Tali prodigi avrebbero procurato la salvezza o il ritrovamento delle specie e/o la cattura o il pentimento del profanatore o del ladro;
prodigi eucaristici di vario genere che sarebbero legati a santi e beati;
comunioni ritenute prodigiose;
alcune guarigioni di Lourdes, che sarebbero avvenute durante la processione pomeridiana con il Santissimo Sacramento;
mistici che sarebbero vissuti a lungo nutrendosi esclusivamente della comunione quotidiana;
rivelazioni collegate all'eucaristia.
rivelazioni private collegate all'eucaristia (locuzioni interiori, visioni ecc…).
La Chiesa cattolica riconosce ufficialmente come realmente accaduti numerosi episodi di questo tipo, la maggior parte dei quali nel Medioevo. La scienza ha invece proposto una possibile spiegazione, che coinvolge un diffuso batterio, per i miracoli eucaristici di sanguinamento dell'ostia.
Secondo la teologia cattolica, questi miracoli rendono visibile il fatto che, nell'eucaristia, il pane e il vino si trasformano nel corpo e nel sangue di Gesù (transustanziazione). Spesso le specie consacrate oggetto del miracolo sono state poi conservate come reliquie.
Miracoli Eucaristici nel mondo
A Paray-le-Monial, in Francia, è conservata una grande carta geografica con l'indicazione di 132 luoghi, sparsi nel mondo, dove si sarebbero verificati, nel corso dei secoli, miracoli eucaristici.
Alcuni Miracoli Eucaristici in Italia
TRANI - Il miracolo eucaristico di Trani sarebbe avvenuto, secondo la tradizione, nell'omonima cittadina intorno all'anno mille: una donna ebrea, per irridere la fede cristiana, dopo aver occultato durante la messa un'ostia consacrata, una volta a casa la mise in una padella di olio bollente, ma la particola si sarebbe trasformata in carne, sanguinando abbondantemente. La reliquia è attualmente custodita in una teca d'argento, nella chiesa di Sant'Andrea a Trani.
FIRENZE - Il miracolo eucaristico di Firenze sarebbe avvenuto nel 1230 in città nella chiesa di Sant'Ambrogio: un anziano sacerdote, che durante la messa aveva lasciato inavvertitamente nel calice un po' di vino consacrato, vi avrebbe ritrovato il giorno dopo "del sangue vivo raggrumato e incarnato". Nella stessa chiesa, nel 1595, si sarebbe verificato un secondo miracolo eucaristico.
RIMINI - Il miracolo eucaristico di Rimini, detto anche "della mula" o "dell'asina", sarebbe avvenuto, secondo la tradizione, nell'omonima città nel 1223, ed è attribuito all'intercessione di Sant'Antonio di Padova. Secondo le più antiche biografie del santo, episodi analoghi sarebbero avvenuti anche a Tolosa e a Bourges.

Interpretazione Scientifica
Una possibile spiegazione scientifica del presunto sanguinamento dell'ostia è che si tratti in realtà della crescita di uno strato di microrganismi dal colore rosso sangue. Johanna C. Cullen, ricercatrice della Georgetown University, nel 1994 è riuscita a produrre la parvenza di sanguinamento in laboratorio facendo attaccare le ostie da un batterio molto diffuso, la serratia marcescens, identificato per la prima volta nel 1823 da Bartolomeo Bizio e che in periodi di caldo e in luoghi umidi produce sui prodotti da forno (come appunto pane, focacce e quindi anche le ostie) un pigmento rosso e gelatinoso appropriatamente chiamato prodigiosina. La Cullen ha pubblicato la sua ricerca sulla rivista della American Society for Microbiology. Analoghi risultati sono stati ottenuti nel 1998 da Luigi Garlaschelli, ricercatore dell'Università di Pavia e nel 2000 da J.W. Bennett e R. Bentley della Tulane University.

Aereo sparito: forse trovati resti. Australia: 2 oggetti, uno lungo 24 metri, 4 aerei volano su posto.. [ TROVARE L'AEREO NON è MOLTO IMPORTANTE, UNA NAVE, UN SOMMERGIBILE, PUò AVERE TRASPORTATO QUEI RELITTI, FINCHé, NON SI TROVANO TUTTI I CADAVERI? POI, SAPREMO SEMPRE, CHE, SONO STATI GLI USA 666 CIA, 322 NWO. SONO SATANISTI CANNIBALI PER L'ALTARE DI SATANA! GLI USA, HANNO IL CONTROLLO SATELLITARE DEL PIANETA, ECCO PERCHé SI DICE NSA DATAGATE.. QUINDI IL GRANDE FRATELLO CHE è OPERATIVO, RENDE IMPOSSIBILE LA SPARIZIONE DI UN GIUMBO, DAL MOMENTO CHé OGNI PERSONA è MONITORATA, DAI SATELLITI, A MOTIVO DEL SUO CELLULARE ] 20 marzo, Aereo sparito: forse trovati resti. SIDNEY, Due oggetti "eventualmente legati" all'aereo malese scomparso 12 giorni fa sono stati rilevati dai satelliti: lo ha detto il premier australiano Tony Abbott. Uno degli oggetti misura 24 metri, mentre l'altro è più piccolo, ha detto un responsabile dell'Autorità australiana per la sicurezza marittima. Quattro aerei da ricognizione e una nave della Marina australiana si stanno dirigendo sull'area in cui sono stati rilevati gli oggetti.

Crimea sempre stata russa di Vladimir Putin! Il presidente accoglie la penisola nella Federazione nonostante le sanzioni e l’annuncio della sospensione di Mosca dal g8
18 marzo 2014. «La Crimea è sempre stata una parte inscindibile della Russia». Lo ha detto oggi il presidente russo Vladimir Putin intervenendo al Parlamento riunito in sessione congiunta aggiungendo «noi vogliamo un’Ucraina forte stabile pacifica non vogliamo la sua scissione né ci servono altri territori». Il presidente russo durante il discorso al Parlamento. Il leader del Cremlino ha poi ribadito che il referendum di domenica in Crimea si è svolto secondo procedure democratiche e nel rispetto del diritto internazionale citando lo statuto dell’Onu e il precedente del Kosovo ( a cui la secessione ed il genocidio dei cristiani la distruzione di cimiteri monasteri e chiese è stata permessa). Putin ha detto «non vogliamo dividere l’Ucraina non ci serve» e ha sottolineato che quello avvenuto a Kiev è stato un «colpo di Stato»: le attuali autorità non sono legittime ha commentato. Il presidente questa mattina ha firmato con i dirigenti della Crimea e di Sebastopoli, città a statuto speciale, l’accordo per il loro ingresso come nuovi soggetti nella Federazione russa. L’intesa deve essere ratificata con una legge dal Parlamento. Non si è fatta attendere la reazione occidentale. La partecipazione della Russia al g8 è stata sospesa. Lo ha affermato oggi il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius. «Per quanto riguarda il g8 come gruppo politico per il dialogo congiunto di tutti i grandi Paesi abbiamo deciso di sospendere la partecipazione della Russia ci sarà un incontro di sette Paesi» ha detto Fabius aggiungendo però che l’invito rivolto per il 6 giugno a Putin in occasione delle celebrazioni per il settantesimo anniversario dello sbarco in Normandia rimane in vigore. ( ma io a questa umiliazione non andrei! ) E mentre il vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden è oggi a Varsavia per consultazioni sulla crisi (incontrerà il primo ministro polacco Donald Tusk il presidente Bronisław Komorowski oltre al presidente dell’Estonia Toomas Hendrik) il ministero degli Esteri ucraino ha chiesto alla comunità internazionale di non riconoscere la separatista Repubblica di Crimea e l’annessione di questa alla Russia.

Giuseppe il profugo. ( è SIMBOLO DELL'EBREO CHE è IN DIASPORA, MA, COME LUI è TORNATO DOPO LA MORTE DI BUSH E KING SAUDI ARABIA, COSì ANCHE TUTTI GLI EBREI DOPO LA LORO MORTE POTRANNO RITORNARE IN PALESTINA. ) Nel passaggio tra l’antica e la nuova alleanza. 18 marzo 2014. La famiglia di Gesù si inscrive subito nel lungo elenco che giunge fino ai nostri giorni e che comprende i profughi i clandestini i migranti. Infatti quando il bambino Gesù ha pochi mesi Giuseppe è presentato in marcia con lui e con la sposa Maria attraverso il deserto di Giuda per riparare in Egitto lontano dall’incubo del potere sanguinario del re Erode. Sadao Watanabe«Fuga in Egitto» (1982) Betlemme è il punto di partenza del racconto. L’imperatore romano Adriano nel II secolo aveva confermato la presenza di un primo culto cristiano attorno a una grotta venerata dai primi cristiani sconsacrandola con un tempietto dedicato ad Adone. Già nel 220 il grande maestro cristiano Origene di Alessandria d’Egitto giunto in Palestina scriveva: «In Betlemme si mostra la grotta dove secondo i vangeli Gesù è nato e la mangiatoia nella quale avvolto in poveri panni fu deposto. Quello che mi fu mostrato è familiare a tutti gli abitanti della zona. Gli stessi pagani dicono a chiunque li voglia ascoltare che in quella grotta è nato un certo Gesù che i cristiani adorano» (Contro Celso i 51). Qui da secoli i cristiani celebrano con fede e gioia il Natale del Signore: il 25 dicembre i cattolici il 6 gennaio gli ortodossi il 19 gennaio gli armeni; date diverse in ricordo di una data ignota di quell’anno, forse il 6 a. C. (è noto che l’attuale datazione dell’era cristiana quasi certamente è erronea), in cui Gesù è entrato nella nostra storia. Anche in questo egli si rivela povero assente com’è dagli annali e dalle anagrafi imperiali. Su di lui anzi si stende subito l’incubo della repressione. Gesù visto dall’occhiuta polizia segreta erodiana come uno dei tanti piccoli pericoli per il potere ufficiale doveva essere subito liquidato. Inizia così per Gesù la vicenda di profugo. Gianfranco Ravasi

[ TUTTE LE FORZE TERRORISTICHE DEL MONDO APPOGGIATE DAGLI USA 666 ] Maduro sgombera la piazza a Caracas. Ma la protesta continua in altre città venezuelane
18 marzo 2014. E alla fine Nicolas Maduro ha tenuto la sua promessa: il presidente venezuelano aveva avvertito i manifestanti antichavisti che dava loro «qualche ora» per ritirarsi da Piazza Altamira epicentro delle proteste nell’est di Caracas. Centinaia di agenti della Guardia nazionale bolivariana (Gnb) sono ieri arrivati sul posto sgomberando le guarimbas («barricate») e arrestando almeno una decina di persone. Il ministro degli Interni Miguel Rodriguez Torres ha coordinato personalmente l’operazione e ha annunciato la «liberazione e pacificazione» attraverso un tweet corredato da una foto nella quale lo si vede far colazione tranquillamente ad Altamira con la collega per la Comunicazione Delcy Rodríguez anch’essa definitasi contenta che la piazza e i suoi dintorni «siano stati liberati dal governo nazionale». Altri dirigenti del Governo hanno plaudito «l’iniziativa per la pace» lanciata da Maduro mentre i media ufficiali moltiplicavano le interviste a residenti della zona che si congratulavano con le forze dell’ordine per il loro intervento. Accorso sul luogo Ramón Muchacho sindaco oppositore di Chacao, municipio nel cui territorio si trova la piazza, ha precisato di non essere stato avvertito dell’operazione di sicurezza commentando che «un dispiegamento militare di questo tipo significa tutto tranne la normalità: non si può parlare di normalità con soldati ad ogni angolo con più uniformi che abiti civili per la strada».

[ IL PROGETTO DEL SOFFOCAMENTO CONTRO ISRAELE A CUI SONO STATE NEGATE LE CONQUISTE TERRITORIALI, PER LE GUERRE VINTE NEL PASSATO.. LA VITA DI UN EBREO CHE MUORE IN BATTAGLIA, PERCHé AGGREDITO, DAGLI ISLAMICI DEL CALIFFATO SHARIA MONDIALE, PER I SATANISTI FARISEI DEL FMI SPA, NON HA NESSUN VALORE! ] Obama chiede a Israele di accettare i confini del 1967. Nel discorso al dipartimento di Stato sulle crisi in atto nel mondo arabo. 21 maggio 2011. Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama riceve oggi a Washington il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu all’indomani del discorso tenuto al dipartimento di Stato sulle rivolte in atto nel mondo arabo. Obama per la prima volta ha sostenuto che Israele deve tornare ai confini del 1967 definendo tale atto insieme al riconoscimento di Israele da parte di tutte le componenti palestinesi inclusa Hamas «la base di una eventuale pace». Più in generale nel suo discorso Obama ha detto che il futuro del Medio Oriente dipende dalla sua gente. Obama ha specificato che gli Stati Uniti sosterranno le riforme nella regione e le transizioni verso la democrazia ma ha aggiunto che nessuno può imporre cambi di regime dall’esterno. [ SE, LA LEGA ARABA NON RINUNCIA ALLA SHARIA? COME MINIMO TUTTI I PALESTINESI SARANNO DEPORTATI NEL DESERTO EGIZIANO, LI POTRANNO FARE LA LORO PALESTINA, INOLTRE, VERRà DEMOLITA LA CUPOLA DELLA ROCCIA, E CANCELLATA OGNI PRESENZA ISLAMICA IN PALESTINA! ] Obama si è detto intenzionato a tentare di dare impulso al processo di pace tra israeliani e palestinesi considerandolo «più urgente che mai». Il presidente statunitense ha fatto esplicito riferimento a uno Stato palestinese «non militarizzato» sulla base della situazione esistente prima della guerra dei sei giorni appunto nel 1967 con la quale Israele assunse il controllo della penisola del Sinai di Gaza della Cisgiordania di Gerusalemme est e delle alture del Golan. Al tempo stesso Obama ha detto che senza il riconoscimento di Israele la pace non sarà possibile e che i palestinesi non raggiungeranno pace e prosperità «se Hamas insisterà sul cammino del terrore». Ribadendo che l’amicizia statunitense nei confronti di Israele è «incrollabile» Obama ha ammonito i palestinesi che «non realizzeranno mai la loro indipendenza negando a Israele il diritto di esistere».

A Obama come riferiscono le agenzie di stampa sono giunte le prime risposte negative tanto da Netanyahu quanto da Hamas. Mahmoud Zahar uno dei leader dell’organizzazione radicale palestinese ha detto che «Obama ha adottato la posizione di Israele in preparazione della sua campagna elettorale». Da parte sua in un comunicato di risposta al discorso di Obama Netanyahu ha detto che un ritiro di Israele sui confini del 1967 «lascerebbe al di fuori dello Stato grandi centri di popolazione israeliana in Giudea e Samaria» confermando cioè il rifiuto di smantellare le colonie in Cisgiordania e dicendosi intenzionato a ribadire a Obama che per la difesa di Israele è necessaria la presenza delle sue forze armate lungo il fiume Giordano.

Netanyahu afferma poi che «senza una soluzione della questione dei profughi al di fuori dei confini di Israele nessuna rinuncia territoriale porrà fine al conflitto» ribadendo cioè il no al ritorno in territorio israeliano dei profughi del 1948. Inoltre secondo il premier israeliano «i palestinesi devono riconoscere Israele come Stato degli ebrei e un accordo di pace con loro deve includere la fine di ogni altra richiesta a Israele». Infine Netanyahu si è poi detto «deluso dalla decisione dell’Autorità palestinese di adottare Hamas un’organizzazione terroristica che si prefigge la distruzione di Israele».

Affonda la speranza
 Morti sette migranti per l’inabissamento del barcone salpato dalle coste turche e diretto in Europa
18 marzo 2014
Migranti tratti in salvo nel Canale di Sicilia (Reuters)

Nuovo dramma dell’immigrazione. Questa notte sette persone sono morte e altre due sono disperse dopo che è affondato un barcone di migranti al largo delle coste dell’isola di Lesbo nel Mar Egeo orientale. Lo ha reso noto la Guardia costiera che ha messo in salvo otto migranti che si trovavano sul barcone partito dalle coste della Turchia e diretto in Europa.

Il natante hanno riferito i sopravvissuti ai soccorritori della Guardia costiera ha cominciato all’improvviso a imbarcare acqua e in breve tempo si è inabissato. Le persone tratte in salvo sono state trasferite nell’ospedale dell’isola di Lesbo.

Intanto altri 596 migranti tra cui 103 donne e 62 minori sono stati soccorsi ieri dalla Marina militare italiana in due diversi interventi a sud di Lampedusa nell’ambito dell’operazione Mare Nostrum. Le operazioni di soccorso avviate dalla fregata Grecale si sono rese necessarie visto il sovrannumero di persone a bordo dell’imbarcazione: sono terminate nella tarda serata di ieri ha riferito la Marina militare in una nota con il trasbordo sulla fregata di 323 migranti tra cui 38 donne e 54 minori.

Orrore in Nigeria.  Abitanti di tre villaggi bruciati e mutilati
17 marzo 2014. La sepoltura delle vittime dei massacri in Nigeria (Afp)

Una carneficina compiuta in piena notte da uomini con armi da fuoco benzina e machete che ha lasciato in terra i cadaveri molti dei quali bruciati e mutilati di oltre cento abitanti di tre villaggi del centro della Nigeria. È un altro sanguinoso raccapricciante capitolo del conflitto che sta drammaticamente segnando lo Stato a popolazione mista cristiana e musulmana di Kaduna. Un conflitto in cui s’intrecciano in particolare rancori sul piano etnico e forti dissidi riguardo al possesso delle terre. Dalle elezioni presidenziali tenutesi nel 2011 che hanno portato all’insediamento di Goodluck Jonathan gli scontri hanno provocato centinaia di morti. I villaggi attaccati sono quelli di Angwan Gata Angwan Sankwai e Chenshyl tutti a maggioranza cristiana situati nel distretto di Kaura nel sud dello Stato.

Il racket delle spose per forza. [ OGNI CRIMINE ISLAMICO DI GENOCIDIO SOTTO EGIDA ONU AMNESTY UE USA! ]] Aumentano in Egitto rapimenti e conversioni all’islam delle giovani cristiane. 14 marzo 2014. Negli ultimi tre anni oltre cinquecento ragazze cristiane sono state rapite in Egitto da uomini musulmani e costrette alla conversione e al matrimonio spesso dopo aver subito violenza. La notizia è stata diffusa nei giorni scorsi dalla fondazione Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs) che ha rilanciato la denuncia di un’organizzazione egiziana l’Associazione per le vittime di rapimenti e sparizioni forzate (Avaed). Quest’ultima garantisce alle vittime e alle loro famiglie assistenza medica psicologica e legale. In Egitto, si sottolinea nel comunicato dell’Acs, i rapimenti di giovani copte non rappresentano affatto una novità: già durante la presidenza di Anwar el-Sadat (1970-1981) si registrarono diversi episodi ma dopo la caduta di Hosni Mubarak all’inizio del 2011 il numero di casi è aumentato in modo esponenziale. «Prima della rivoluzione sparivano quattro o cinque ragazze al mese, spiega Ebram Louis fondatore dell’Avaed, oggi la media è di quindici». Peraltro è quasi impossibile fornire stime esatte poiché spesso i crimini e gli aggressori non vengono né riferiti né denunciati.


Cattolici mobilitati per la pace e lo sviluppo in Sud Sudan. Il referendum del 9 gennaio e le incognite del futuro. 09 gennaio 2011. All'avvio domenica del referendum per l'indipendenza del Sud Sudan la comunità cristiana è mobilitata per assicurare che la consultazione popolare avvenga in maniera pacifica e trasparente. In particolare una delegazione della Southern African Catholic Bishops' Conference (Sacbc) guidata dal cardinale arcivescovo di Durban Wilfrid Fox Napier, cui fanno parte anche osservatori della All African Conference of Churches, è presente da giorni per monitorare il regolare svolgimento delle votazioni. Il cardinale Napier ha sottolineato ieri che «l'opportunità di testare la volontà popolare è un evento storico in quanto consente a persone comuni che hanno sopportato il peso della guerra civile e l'esclusione dallo sviluppo la possibilità di reclamare la propria dignità». L'importanza dell'evento è stata sottolineata anche in un messaggio del primate della Comunione anglicana l'arcivescovo di Canterbury Rowan Williams. «La data del 9 gennaio, è scritto, è immensamente importante per il Sudan. La popolazione del Sud Sudan eserciterà il proprio diritto all'autodeterminazione fissato nell'accordo generale di pace siglato sei anni fa». Il primate inoltre si appella affinché «sia assicurato da parte di tutti il sostegno alla popolazione e il referendum possa svolgersi pacificamente con il rispetto pieno dei suoi risultati». L'arcivescovo conclude quindi ribadendo la necessità di supportare il processo democratico in atto nel Paese e invoca le preghiere «per questo importante periodo storico». Nel messaggio Williams accenna anche alla situazione della contesa regione dell'Abyei e al Darfur dove si attende da lungo tempo che la pace tra i gruppi armati e il Governo di Khartoum possa finalmente concretizzarsi.
L'attenzione è comunque incentrata non soltanto sul referendum ma anche sullo scenario che si aprirà in futuro al di là dei risultati che scaturiranno dalle urne. Una «tre giorni» di dibattito si è svolta a Khartoum. L'iniziativa è stata promossa dal Sudan Council of Churches in collaborazione con il Sudan Ecumenical Forum. Al dibattito hanno preso parte parte oltre cento rappresentanti di comunità cristiane. Il forum è spiegato ha inteso contribuire «a delineare la situazione delle comunità religiose in vista del dopo referendum». Si tratta è aggiunto «di evidenziare e analizzare le difficoltà che potrebbero scaturire e di individuare le soluzioni per affrontarle».

Sulla questione dei profughi è intervenuto invece il vescovo cattolico di El Obeid Macram Max Gassis: «Passata l'euforia dell'indipendenza si dovranno poi fare i conti con la dura realtà delle migliaia di profughi che dal Nord si sono spostati nel Sud e che non hanno nulla». E ha aggiunto: «Se si pensa che nella sola area di Khartoum vi sono circa quattro milioni di sudanesi che potrebbero tornare in Sud Sudan si comprende che siamo di fronte a una potenziale tragedia umanitaria».

In un comunicato, reso noto dalla Fides, è scritto che «la Southern African Catholic Bishop's Conference è stata fortemente solidale con il popolo del Sud Sudan fin dal 1994». Questa attenzione si specifica si è manifestata inizialmente con la costituzione del «Sudan Desk» nell'ambito del dipartimento di Giustizia e Pace presso la segreteria della Sacbc e in  con la formazione del «Denis Hurley Peace Institute» un organismo associato all'episcopato che svolge un intenso lavoro per promuovere la pace in Sudan. Nel solo 2010 si sono svolte sei visite di solidarietà dei vescovi in Sudan.

Nuovi orizzonti libici. In fiamme a Tripoli gli edifici governativi mentre Bengasi sarebbe in mano ai ribelli. TUTTO IL DELIRIO ISLAMICO SOTTO EGIDA ONU USA UE BILDENBERG, PER ROVINARE IL GENERE UMANO. 22 febbraio 2011
Si rincorrono voci su una fuga di Muammar Gheddafi e di un colpo di Stato militare
Non si placa la rivolta in Libia nonostante la sanguinosa repressione messa in atto dal regime guidato da Muammar Gheddafi. Fonti diverse ma concordi parlano ormai di oltre trecento le vittime dall’inizio delle proteste una settimana fa e lo scenario è ormai quello di una guerra civile. La rivolta ha investito anche la capitale Tripoli dove nei giorni scorsi c’erano state manifestazioni filogovernative ma dove da ieri sono in atto scontri di piazza e questa mattina sono segnalati in fiamme edifici pubblici compresi il palazzo del Governo e la sede del Parlamento. Secondo l’emittente televisiva satellitare al Jazeera che cita fonti mediche in città solo oggi si sono contati oltre sessanta morti. Al Jazeera aggiunge che anche le forze dell’ordine si sono date a saccheggi di uffici e banche e che tutte la zona meridionale Jebal Nafusa è i mano ai ribelli.
Anche Bengasi sembra ormai nelle mani degli oppositori ai quali si sono uniti anche reparti militari dopo che ieri altre truppe avevano aperto il fuoco contro i manifestanti prima di essere costrette a lasciare la città. Sempre a Bengasi ma anche a Tripoli e in altre città c’è preoccupazione che la rivolta possa essere infiltrata da gruppi di matrice fondamentalista islamica già protagonisti in passato di violenze contro le minoranze cristiane. In città sono rimaste numerose religiose decise a continuare la loro opera di assistenza mentre viene segnalato che numerosi immigrati filippini hanno cercato rifugio nelle chiese.
Si rincorrono voci su una fuga di Muammar Gheddafi e di un possibile colpo di Stato militare. Il figlio dello stesso leader libico Seif al Islam ha smentito la circostanza dichiarando ieri sera, in un discorso televisivo di quaranta minuti durante il quale si erano udite diverse sparatorie in città, che il padre «sta guidando la lotta a Tripoli e vinceremo». Il figlio di Gheddafi ha altresì parlato di complotto esterno proponendo la convocazione di un’assemblea generale del popolo per fare insieme le riforme. Secondo Seif al Islam, che alcune fonti danno in contatto con esponenti dell’opposizione nel tentativo di avviare un dialogo, la Libia è vittima appunto di un complotto internazionale corre il rischio di una guerra civile di essere divisa in diversi emirati islamici di perdere il petrolio che assicura unità e benessere al Paese di tornare preda del colonialismo occidentale. Nei giorni scorsi il Governo di Tripoli aveva comunicato all’ambasciatore d’Ungheria Paese che ha la presidenza di turno dell’Unione europea che se questa non avesse smesso di appoggiare le rivolte popolari in Africa settentrionale la Libia avrebbe interrotto la cooperazione in materia di controllo dei flussi migratori.

L’alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Unione europea Catherine Ashton ha ribadito ieri che condanna la repressione contro i dimostranti pacifici e deplora la violenza e la morte di civili. In una dichiarazione diffusa dall’ufficio di Ashton si invitano le autorità libiche «a esercitare la moderazione e la calma e ad astenersi immediatamente dall’ulteriore uso della violenza contro dimostranti pacifici. La libertà di espressione e il diritto di riunirsi come stabilito dalla Convenzione internazionale sui diritti civili e politici sono diritti umani e libertà di ogni essere umano e devono essere rispettati e protetti». La dichiarazione aggiunge che «le legittime aspirazioni e le richieste riformiste della popolazione devono essere prese in considerazione attraverso un dialogo aperto e significativo. L’Unione europea si aspetta inoltre la piena collaborazione da parte delle autorità nella protezione dei cittadini europei». Ulteriori prese di posizione europee sono attese dal Consiglio dei ministri degli Esteri riunito oggi a Bruxelles. Anche l’amministrazione statunitense segue con preoccupazione l’evolversi della situazione in Libia e chiede ufficialmente che sia posta fine «a ogni violenza contro i manifestanti pacifici» come ha dichiarato il portavoce del dipartimento di Stato Philip Crowley. L’accelerazione degli avvenimenti minaccia comunque di cambiare la situazione nel giro di poche ore. Seif al Islam ha ribadito che «l'esercito ora ha il compito di riportare l’ordine con ogni mezzo». E ha aggiunto che «non è l'esercito egiziano o tunisino. Distruggeremo la sedizione e non cederemo un pollice del territorio libico». Anche in Marocco si segnalano disordini costati ieri la vita a cinque persone nella città di Al Hoceima.

Dalle rivolte arabe alla guerra in Mali. La crisi coinvolge tutti i Paesi del Sahel. TUTTO IL DELIRIO ISLAMICO SOTTO EGIDA ONU USA UE BILDENBERG, PER ROVINARE IL GENERE UMANO. 20 aprile 2012. La crisi in atto nel Mali è una delle prove più evidenti degli irrisolti problemi non solo del Paese ma dell’intera area dal Sahel. In questa luce si possono leggere infatti sia l’insurrezione nel nord dei tuareg del Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad (Mnla) incominciata il 17 gennaio sia la pressochè contemporanea concentrazione in quell’area di gruppi legati alla galassia del terrorismo internazionale di matrice fondamentalista islamica. L’insurrezione dell’Mnla che mira all’indipendenza delle regioni a popolazione tuareg ha avuto una tempistica in qualche modo legata alle crisi nordafricane del 2011.
Da un punto di vista militare in particolare è stato determinante il rientro in patria di miliziani tuareg pesantemente armati che avevano fatto parte delle forze di Gheddafi sconfitte dagli insorti libici appoggiati dalla Nato.
L’accresciuta porosità delle frontiere libiche e non solo seguita alle rivolte del 2011 nel Maghreb ha favorito anche gli spostamenti dei gruppi islamisti che in Mali sembrano intenzionati a riprodurre la situazione in Somalia dove combattenti non somali aderiscono da anni alle milizie di al Shabaab che guidano l’insurrezione contro il Governo del presidente Sharif Ahmed. Non a caso nel nord del Mali è segnalata la presenza di gruppi stranieri a partire da Al Qaeda per il Maghreb islamico e dal nigeriano Boko Haram. Un’implicita riprova di tale concentrazione è stata fornita il 17 aprile anche dalla liberazione alla frontiera tra Mali e Burkina Faso della turista italiana Maria Sandra Mariani rapita dall’Aqmi il 2 febbraio 2011 nel sud dell’Algeria.
Meno evidenti anche se non mancano commentatori che li ipotizzano sembrerebbero eventuali collegamenti con la situazione internazionale per quanto riguarda il colpo di Stato messo in atto il 22 marzo nella capitale Bamako da reparti militari che hanno rovesciato il presidente Amadou Toumani Touré ma che poi hanno accettato di avviare una transizione. Determinante è stata la pressione della Comunità economica dei Paesi dell’Africa occidentale (Ecowas) che avevano imposto sanzioni ai golpisti e minacciato un intervento armato.
Anche in questo caso peraltro la situazione resta fluida e incerta. Nonostante il consenso raggiunto tra civili e militari riuniti a Ouagadougou in Burkina Faso con i mediatori dell’Ecowas sul futuro politico e istituzionale del Mali non c’è ancora chiarezza. A cominciare dalla scelta del primo ministro di transizione. L’incarico è andato a Modibo Diarra presidente di Microsoft Africa che è stato nominato dal capo di Stato ad interim Diacoumba Traoré (l’ex presidente del Parlamento che aveva prestato giuramento il 12 aprile dopo l’intesa sottoscritta con l’Ecowas la settimana prima) ma è stato indicato dai militari golpisti guidati dal capitano Amadou Haya Sanogo.
La soluzione era prospettata nella dichiarazione conclusiva dell’incontro a Ouagadougou è considerata però da molti osservatori incompleta e frutto di un compromesso al ribasso. Questo anche perché la durata della transizione non viene precisata ma «sarà determinata dalla concertazione regionale tenendo conto del ripristino dell’integrità territoriale e della valutazione tecnica del processo elettorale».
In altre parole la transizione fino a elezioni generali in sostituzione di quelle inizialmente previste per il 29 aprile o sarà vincolata alla risoluzione della crisi del nord. Il che ad alcuni sembra una sorta di attenuante data dall’Ecowas al colpo di Stato militare che era stato giustificato proprio con l’incapacità del precedente Governo di fronteggiare l’insurrezione che in poche settimane aveva assunto il controllo del nord del Paese.

La clausola che tutti i membri della giunta militare e tutti gli esponenti del futuro Governo di transizione dalla candidatura alle prossime presidenziali potrebbe comunque essere ritenuta una garanzia per quanti temono che la posizione troppo morbida dell’Ecowas finisca per favorire un ritorno al potere dei militari.

La dichiarazione di Ouagadougou sollecita l’intera comunità internazionale a fornire un’assistenza umanitaria urgente alle popolazioni delle regioni settentrionali e a coinvolgersi per aiutare il Mali a ripristinare l’integrità territoriale. Ai gruppi armati che hanno preso il controllo dei tre principali centri (Gao Kidal e Timbuctu) viene chiesto di far cessare immediatamente ogni violenza.

Sui ribelli dell’Mnla e sui gruppi islamici pesa la minaccia di intervento armato dell’Ecowas tuttavia piccoli passi in avanti sulla strada del dialogo per scongiurare il ricorso alle armi sono stati compiuti negli ultimi giorni. A Nouakchott la capitale della Mauritania c’è stato un incontro tra una delegazione delle autorità di transizione di Bamako guidata da Tiébilé Dramé e una dell’Mnla. Le forze politiche maliane avevano chiesto al presidente mauritano Mohamed Ould Abdel Aziz contrario a un intervento militare e a quello del Burkina Faso Blaise Compaoré di attivarsi per «aprire quanto prima negoziati tra ribelli tuareg e islamici e le autorità di transizione».

Anche il movimento islamico maliano di Ansar Eddine si è detto disposto a dialogare con le autorità di Bamako. Ma le posizione dell’Mnla e quelle dei gruppi islamici compreso Ansar Eddine che è formato da tuareg restano distanti e tali da poter rallentare o persino bloccare i tentativi di dialogo. L’Mnla ha ribadito che negozierà «l’indipendenza dell’Azawad» (proponendo un assetto federale) solo «se la comunità internazionale accetta di portarsi garante» dell’applicazione futura di un eventuale accordo.

Gli islamici di Ansar Eddine invece sono contrari a dividere il Mali e soprattutto «respingono ogni mediazione occidentale nel dialogo intermaliano». Preferiscono seguire il canale dell’alto consiglio islamico del Mali che raggruppa tutte le associazioni musulmane nazionali. Proprio a tale organismo il gruppo ha consegnato quasi duecento militari liberati dopo essere stati fatti prigionieri nei combattimenti delle scorse settimane.

L’Africa dei pirati. Sempre più insicure le coste del continente. OVVIAMENTE, PER LA PIRATERIA CONCESSA DA USA 666. ALLA LEGA ARABA E L'INDIA (SUCCESSIVAMENTE) PER DIFENDERSI DALLA PIRATERIA CHE HA DOVUTO SUBIRE, SONO ATTIVAMENTE COINVOTE IN QUESTO TURPE COMMERCIO!
MA, ISLAMICI HANNO UNA ANTICA E GENETICA VOCAZIONE CON LA PIRATERIA!
04 ottobre 2011. La sfida della pirateria è una delle emergenze africane persistenti e anzi in crescita continua nonostante il dispiegamento di imponenti operazioni navali internazionali soprattutto nelle acque al largo della Somalia e nell’Oceano Indiano lungo cruciali rotte per le merci orientali verso l’Europa e verso il continente americano. A queste incominciano ad aggiungersi iniziative degli stessi Paesi africani. Se sul fronte del Corno d’Africa soprattutto in Somalia i Governi locali mostrano scarse capacità d’intervento qualcosa incomincia a muoversi invece sulla costa atlantica del continente dove la sicurezza della navigazione commerciale rischia di essere compromessa dall’azione dei pirati secondo quanto emerge dai rapporti dell’International Maritime Bureau.

La scorsa settimana per esempio hanno preso il mare dal porto di Cotonou la principale città del Benin le prime pattuglie congiunte di militari beninesi e nigeriani che a bordo di una flottiglia di sette imbarcazioni hanno incominciato a controllare il tratto di coste che si affacciano sul golfo di Guinea sempre più bersagliato dai pirati. L’iniziativa chiamata Operazione prosperità durerà per sei mesi durante i quali la marina militare del Benin dovrà organizzarsi per provvedere direttamente alla sorveglianza della sua stretta fascia costiera.

Il ministro degli Esteri del Benin Nassirou Bako Arifari in un intervento all’Assemblea generale dell’Onu ha denunciato «la nuova minaccia della pirateria marittima che con violenza ha colpito le nostre coste e le acque del Golfo di Guinea» parlandone come di una «vera piaga per la regione assieme al traffico di droga e falsi medicinali». Anche il presidente Thomas Boni Yayi ha più volte espresso timori per danni diretti all’economia beninese e per il rischio che il porto di Cotonou dal quale dipende il 90 per cento degli scambi commerciali con l’estero venga boicottato in caso di insicurezza marittima. Il Governo del Benin ha annunciato anche la prossima creazione di un centro di sorveglianza radar a Grand-Popo la località sudoccidentale al confine con il Togo per completare il dispositivo già operativo a Cotonou ma che controlla solo il tratto di costa confinante ad est con la Nigeria.
Quest’ultimo Paese primo produttore africano di petrolio vede da tempo le navi che trasportano greggio prese d’assalto dai pirati mentre dall’inizio dell’anno ben 19 attacchi sono stati sferrati a largo del Benin. Obiettivo del pattugliamento congiunto secondo il capo di stato maggiore delle forze navali beninesi Maxime Ahoyo è «bloccare ogni tentativo d’assalto delle navi» che spesso trasportano petrolio e carburante.
Se il fenomeno della pirateria almeno su vasta scala è relativamente recente nel Golfo di Guinea ben diversa è la situazione in Somalia e negli altri Paesi del Corno d’Africa dove gli assalti alle navi si sono moltiplicati in questi ultimi anni creando un giro di affari di milioni di dollari. La moderna pirateria su vasta scala comunque in Somalia ha almeno un ventennio. Negli anni 90 infatti il crollo della dittatura di Siad Barre e la scomparsa di ogni autorità statale in Somalia resero le acque del Paese una sorta di zona franca per tutti. I grandi pescherecci industriali, soprattutto giapponesi e sudcoreani ma anche occidentali, approfittarono della situazione e penetrarono impunemente nelle acque territoriali somale saccheggiandole e riducendo alla miseria i piccoli pescatori locali. Questi incominciarono così ad attaccare le navi straniere esigendo una specie di tassa che compensasse il loro mancato guadagno. A questo si aggiunse presto lo scarico di rifiuti tossici nelle acque e sulle coste somale approfittando dell’assenza di controlli e della complicità di clan locali e di gruppi armati. Alla fine questi comportamenti hanno avuto un salto di qualità e la pirateria da principio artigianale si è trasformata in un esercito ben armato e dotato di imbarcazioni velocissime. All’inizio le corti islamiche avevano cercato di opporsi nelle aree da loro controllate ma diverse fonti locali concordano nel riferire che ormai le milizie radicali islamiche si sono di fatto alleate con i clan somali che controllerebbero direttamente alcuni nuclei di pirati.

Nel 2008 il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha autorizzato le navi militari straniere ad intervenire. Al largo della Somalia incrociano da allora flotte che vedono impegnati i Paesi dell’Unione europea e della Nato ma anche Cina India e altri Stati che cercano di non far diventare la pirateria ancora più allarmante. Il risultato è finora tutt’altro che rilevante. L’Onu ha recensito 171 attacchi nel solo primo semestre del 2011 e nelle mani dei pirati ci sono tuttora una cinquantina di navi e oltre 500 ostaggi in massima parte marinai filippini thailandesi e pakistani che costituiscono la parte più rilevante dei lavoratori del mare una categoria tra le più esposte ai pericoli che accompagnano la globalizzazione dei commerci lungo i collegamenti vitali dell’economia mondiale.

La Somalia dei rifugiati. In drammatiche condizioni centocinquantamila persone nel campo di Adollo Ado nel sud dell’Etiopia. 29 aprile 2012. Varata dall’Unione africana una nuova strategia per fronteggiare le milizie di al Shabaab ISLAMICHE. Il popolo somalo è sempre più formato in parte rilevante da profughi. I rifugiati nel campo di Adollo Ado nel sud dell’Etiopia sono ormai oltre 150.000 secondo quanto riferito dall’alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr). «Quest’anno sono giunti 8.500 rifugiati. I nuovi arrivati dicono di temere le condizioni di insicurezza della Somalia altri dichiarano di aver paura del reclutamento e della coscrizione forzata da parte del gruppo ribelle di al Shabaab» ha detto ieri il portavoce dell’Unhcr Adrian Edwards specificando che ad Adollo Ado ogni settimana continuano ad arrivare centinaia di persone. Edwards ha poi riferito che le condizioni di vita nei campi in Etiopia e in Kenya (dove nella sola Dadaab ci sono oltre mezzo milione di somali la più alta concentrazione di rifugiati al mondo) sono molto peggiorate negli ultimi giorni a causa delle forti piogge che hanno provocato allagamenti e danneggiato centinaia di rifugi e strade oltre ad aver ostacolato l’assistenza ai rifugiati da parte delle agenzie umanitarie. Nel frattempo in territorio somalo si annuncia una nuova strategia dell’Amisom la missione dell’Unione africana nella quale di recente sono state integrate le forze kenyane che nei mesi scorsi avevano avviato una propria operazione militare. Dopo un vertice dell’Unione africana ad Addis Abeba l’inviato speciale dell’Onu in Somalia Augustine Mahiga ha precisato che i contingenti dell’Amisom presenti nella capitale Mogadiscio spingeranno i miliziani di al Shabaab verso sud mentre le truppe kenyane attaccheranno la parte meridionale. Mahiga ha espresso comunque stupore per la capacità militare dei ribelli e delle armi sofisticate di cui sono in possesso. Onu e Unione africana hanno anche elaborato una tabella di marcia politica che prevede la formazione di un nuovo Governo ed elezioni libere entro agosto. Secondo Mahiga «la prospettiva di pace in Somalia non è mai stata così reale».

Obama rivede gli aiuti al Cairo, perché lui è il sostenitore dello Jihadismo internazionale: QUESTA è LA AGENDA PER SOFFOCARE ISRAELE E RENDERE INEVITABILE LA GUERRA MONDIALE! La decisione presa all’indomani dei sanguinosi scontri che hanno segnato l’Egitto
12 luglio 2013. I sostenitori di Mursi annunciano una nuova manifestazione di protesta
Mentre la tensione nelle strade egiziane si fa sempre più alta con i sostenitori di Mursi che annunciano una grande manifestazione per domani venerdì gli Stati Uniti annunciano che rivedranno il loro sostegno economico al Cairo. Si fa dunque sempre più complessa la partita in Egitto con il premier nominato El Beblawi che sta cercando faticosamente di mettere in piedi un nuovo Governo. Il presidente statunitense Barack Obama ha ordinato una rivalutazione dei programmi d’aiuto americani per il Governo egiziano. «Considerati gli eventi della settimana scorsa il presidente invita i dipartimenti e le agenzie interessate a rivalutare la nostra assistenza al Governo egiziano» recita il comunicato del Pentagono. Il documento non cita esplicitamente la destituzione del presidente democraticamente eletto Mohamed Mursi da parte dell’esercito. La Casa Bianca valuta con attenzione la situazione ma per il momento, riferiscono fonti dell’Amministrazione citate dai media, non verrà interrotta la prevista fornitura all’Egitto di quattro aerei F-16. Tale fornitura fa parte di un accordo più ampio che include la consegna di venti di questi aerei da combattimento otto dei quali sono già arrivati in Egitto lo scorso gennaio.

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In Siria le violenze non conoscono tregua
22 febbraio 2012
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Non conoscono tregua le violenze in Siria. Sono almeno dieci le persone uccise oggi a Homs nel quartiere di Bab Amro di nuovo sotto il fuoco intenso dell’artiglieria governativa. Lo riferiscono gli attivisti dei Comitati di coordinamento locale che per il momento non sono in grado di fornire l’identità delle vittime. Le fonti affermano che tra le vittime ci sarebbero anche dei bambini ma non si conosce ancora l’esatto numero degli uccisi.

Nel frattempo la Russia ha annunciato che non parteciperà alla riunione del gruppo di contatto «Friends of Syria» in programma venerdì a Tunisi. Lo ha reso noto il portavoce del ministero degli Esteri di Mosca. «Ufficialmente non siamo stati informati su chi prenderà parte alla conferenza né sull’agenda» ha detto il portavoce. «E soprattutto non è chiaro quale sia il vero obiettivo di questa iniziativa» ha aggiunto. Secondo Mosca l’invito a partecipare all’incontro di Tunisi è stato esteso solo ad alcune parti dell’opposizione ma non ai rappresentanti del Governo siriano. «Sorgono interrogativi sul documento finale dell’incontro» ha aggiunto il portavoce. «Riteniamo sia impossibile per noi partecipare al summit». Il Cremlino ha intanto proposto al Consiglio di sicurezza Onu di inviare un proprio rappresentante in Siria per concordare la sicurezza e la consegna degli aiuti umanitari.Risultati della ricerca
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Dal Benin la strada della fraternità nella giustizia. Nel pomeriggio di domenica 20 novembre Benedetto XVI ha lasciato il Benin. All’aeroporto internazionale di Cotonou è stato salutato dal presidente della Repubblica Thomas Boni ... Quaranta anni di collaborazione
I quarant’anni di relazioni diplomatiche fra il Benin e la Santa Sede devono molto all’esperienza quotidiana della laicità nel Paese. Questa è anche una delle ...
In dialogo con le religioni tradizionali africane. Vedere ascoltare capire e incoraggiare. Sono queste le quattro motivazioni principali della visita che il cardinale Jean-Louis Tauran presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo ... Aperti a una modernità radicata nei valori
Il Papa è giunto in Benin nel primo pomeriggio di venerdì 18 novembre. All’aeroporto di Cotonou si è svolta la cerimonia di benvenuto. Dopo il ...
Donne cattoliche nell’Africa di oggi, Nelle settimane scorse si è tenuto a Cotonou in Benin il decimo seminario internazionale delle donne cattoliche organizzato dalla comunità «Mère du Divin Amour». Erano ... Fratellanza e giustizia per l'equilibrio sociale
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Il viaggio di un missionario
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La mano tesa. Resterà questo viaggio di Benedetto XVI in Benin. E a lungo rimarranno le immagini e le parole del ritorno in Africa del Papa venuto nel ...
Per portare speranza nelle periferie del mondo
Tre nuovi arcivescovi saranno ora «inviati come rappresentanti del Papa per seguire la vita della Chiesa in Colombia Papua Nuova Guinea e Benin mantenendo cordiali ...
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«Collegare le polizie per un mondo più sicuro. Rafforzamento della collaborazione innovazione e creazione di competenze». Su questo tema si è svolta nei giorni scorsi ...


Perché il prete dà fastidio alla cultura mafiosa anticristiana
La violenza l’odio il sopruso possono uccidere il corpo ma non l’anima. Il martirio di don Giuseppe Puglisi prete palermitano ucciso nel 1993 ma anche ...
Un corridoio di odio in India
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Migliorano le condizioni dei cattolici a Sumatra
Non c'è tensione interreligiosa nel Nord dell'isola di Sumatra in Indonesia dopo i recenti episodi di violenza contro due aule di culto protestanti: «Si tratta ...
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Una vita spesa nella lotta per la libertas Ecclesiae di fronte ai totalitarismi del ventesimo secolo a partire dal nazismo fino al comunismo. Il servo ...
Risposte coordinate in Iraq contro il terrorismo anticristiano
«La maggioranza dei musulmani in Iraq non è contro i cristiani. E i cristiani non vivono in ghetti ma assieme ai musulmani. Il vero nemico ...
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Uno strano odio verso se stessi
«Bisogna saper reagire a quella secolarizzazione interna che insidia i cattolici e la stessa Chiesa in maniera molto comprensibile data l'osmosi reciproca che non può ...
Una luce nelle tenebre
Quella di Aldo Carpi (1886-1973) fu una preziosa testimonianza «della possibilità di vivere nell’amore in mezzo all’odio di vivere una giustizia che trascende le giustizie ...


Nelle strade di Bangui [TUTTO IL DELIRIO ISLAMICO SOTTO EGIDA ONU USA UE BILDENBERG, PER ROVINARE IL GENERE UMANO. ] decine di corpi di persone uccise. Appello dei leader cattolici e musulmani della Repubblica Centroafricana per il dispiegamento di una forza delle Nazioni Unite. 27 dicembre 2013
Gli operatori della Croce Rossa hanno recuperato ieri almeno 44 cadaveri dalle strade di Bangui la capitale della Repubblica Centroafricana teatro anche nel giorno di Natale di feroci scontri.
Un appello alle Nazioni Unite a dispiegare «in tutta urgenza» un’adeguata forza di interposizione è stato rivolto congiuntamente dall’arcivescovo di Bangui Dieudonné Nzapalainga arcivescovo di Bangui e dall’imam della capitale centroafricana Omar Kobine Layama. La Repubblica Centroafricana «resta sull’orlo di una guerra con connotati religiosi e noi temiamo che in mancanza di una risposta internazionale più decisa il nostro Paese sia condannato alle tenebre» scrivono si due leader religiosi.
Nelle strade di Bangui decine di corpi di persone uccise
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A Bangui si combatte ancora
Bangui 10. Ha avuto una brusca smentita l’annuncio dato ieri dal comando del contingente francese dispiegato a Bangui la capitale della Repubblica Centroafricana secondo il ...
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Missione a New York per la pace in Centrafrica
L’arcivescovo di Bangui monsignor Dieudonné Nzapalainga e l’imam Omar Kobine Layama presidente della Comunità islamica hanno avviato una missione a New York per convincere le ...
La pace tarda a Bangui
Non si fermano le violenze nella Repubblica Centroafricana e nella stessa capitale Bangui dove il Consiglio nazionale di transizione (Cnt) si appresta a eleggere un ...
Ban Ki-moon chiede più truppe internazionali a Bangui
Bangui 12. Il Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha prospettato ieri l’invio di altri soldati internazionali nella Repubblica Centroafricana dove si susseguono gli ...
L’omaggio degli imam al memoriale della Shoah
L’islam è una religione «di amore e di tolleranza»: lo hanno voluto ribadire una trentina di imam riunitisi lunedì sera al Memoriale della Shoah a ...
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Granate dei soldati ciadiani sulla folla a Bangui
Si fa sempre più critica la situazione a Bangui la capitale della Repubblica Centroafricana. Per arginare le violenze delle milizie locali contrapposte sono state dispiegate ...

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Il lavoro sorgente di dignità
 Il lavoro non deve mancare. È «sorgente di dignità». Dunque deve essere la «preoccupazione centrale di tutti» soprattutto delle «competenti istanze» far sì che non ...
Con gli operai e le vittime degli strozzini
Vittime dell’usura e operai che stanno perdendo il lavoro sono venuti stamani a incontrare il Papa «per fare il pieno di speranza e solidarietà» per ...
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I quasi cinque milioni e mezzo di visitatori dei Musei Vaticani nell’anno 2013 (5.459.000 per l’esattezza) sono una notizia allo stesso tempo felice e preoccupante Felice ...
Così nacque lo stereotipo dell’ebreo errante
Leggere un bel libro di storia è come stare sugli altipiani della vita. È questa la sensazione che si prova alla lettura della Storia degli ...
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Chi era veramente Giacomo Matteotti
Lo studioso che s’impegni nella ricostruzione della vicenda umana e politica di Giacomo Matteotti corre quasi inevitabilmente un rischio: che l’ammirazione e la simpatia che ...
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notizia del 2014-01-31 14:48:11 [ la LEGA ARABA ha perso il controllo in Centrafrica, perché non è riuscito a fare il genocidio di tutti i cristiani, attraverso la seleka, quindi ha perso il controllo della situazione perché le popolazioni cristiane sottoposte a genocidio, si sono inferocite, ed ora, islamici chiedeno: aiuto ai satanisti americani e ai massoni europei sotto egida Onu Bildenberg... solo perché non sono riusciti a fare il loro lavoro sporco.. che fanno sistematimatimente in tutta l'Africa e nel Medio Oriente.. questo è chiaro, islamici hanno deciso di annettersi l'Africa.] Centrafrica. Arcivescovo e imam di Bangui: lo Stato protegga i cittadini, cristiani e musulmani, e critica l'odio anticristiano che LEGA ARABA ed USA UE, massoni satanisti Bidenberg Onu diffondono nel mondo ]  [ “Occorre che la Repubblica Centrafricana sia uno Stato laico, che tutti i cittadini siano uguali davanti alla legge (..) È compito dello Stato proteggere i suoi cittadini, cristiani e musulmani, non delle milizie o di gruppi armati”: è quanto hanno ribadito l’arcivescovo di Bangui, mons. Dieudonné Nzapalainga, e l’imam Oumar Kobine Layama, presidente della Comunità islamica centrafricana, al termine della loro visita a Parigi. Lo riferisce il sito del quotidiano cattolico francese “La Croix” citato dalla Fides. I due leader religiosi hanno percorso insieme l’Europa per attirare l’attenzione sul dramma della Repubblica Centrafricana, in preda alla guerra civile. L’arcivescovo e l’imam di Bangui hanno ricordato che fin dal 15 dicembre 2012, insieme al pastore Nicolas Guerékoyame Gbangou, presidente delle Chiese Evangeliche, hanno dato vita ad una piattaforma inter-confessionale per placare le tensioni ed evitare l’aggravarsi del conflitto, formando preti, pastori e imam a creare dei meccanismi di dialogo e di mediazione. Di fronte alle violenze dell’ultimo anno che hanno coinvolto le diverse comunità del Paese, mons. Nzapalainga riconosce che “per arrivare a questa situazione, è occorso che la religione sia stata fortemente strumentalizzata”. Ma i due leader religiosi denunciano che questo è accaduto anche grazie alla presenza nelle file di Seleka di diversi mercenari provenienti da Ciad e Sudan che hanno vessato la popolazione cristiana centrafricana. Questo a sua volta ha creato un sentimento di risentimento nei confronti dei musulmani locali, considerati in qualche modo complici dei ribelli Seleka, ma mons. Nzapalainga afferma che le stesse comunità musulmane erano prigioniere: “Di fronte a uomini in armi siete impotenti”. L’arcivescovo ha concluso lanciando un allarme sulla possibilità che il Centrafrica attiri jihadisti da altre parti del mondo: “Certi estremisti, in Afghanistan o in Somalia, non attendono che una parola per precipitarsi in Centrafrica. Anche per questo occorre proteggere i musulmani locali”.
Testo proveniente dalla pagina http://it.radiovaticana.va/news/2014/01/31/centrafrica._arcivescovo_e_imam_di_bangui:_lo_stato_protegga_i/it1-769085
del sito Radio Vaticana

CENTRAFRICA – ‘Via gli infiltrati armati da chiese e moschee’
BANGUI - Occorre disarmare gli “infiltrati” nelle chiese e nelle moschee per neutralizzare i miliziani e i saccheggiatori che terrorizzano il Paese. È l’appello lanciato da Sua Ecc. Mons. Dieudonné Nzapalainga e da Oumar Kobine Layama, rispettivamente Arcivescovo e Imam di Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, secondo le informazioni raccolte dall’Agenzia Fides. “Che tutti i nostri fratelli che hanno delle armi [...]
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on 24 febbraio 2014 at 15:52 /
notizia del 2014-01-23 12:14:26
Centrafrica: l’arcivescovo e l’imam di Bangui chiedono l'intervento dell'Onu
Il nuovo Presidente della Repubblica Centrafricana, la signora Catherine Samba-Panza, ha prestato giuramento giovedì, in un Paese devastato dagli scontri tra gli ex ribelli Seleka e le milizia anti-balaka. Per la crisi umanitaria in corso la Banca Mondiale ha annunciato ieri un aiuto urgente di 100milioni di dollari che saranno versati,, come ha spiegato il neo presidente, in un anno. Sovente descritta come conseguenza di un conflitto interreligioso che oppone i cristiani ai musulmani, la situazione centrafricana deriva in realtà dal tracollo delle istituzioni statali, come hanno sottolineato l’arcivescovo di Bangui, mons. Dieudonné Nzapalainga e l’imam Oumar Kobine Layama, presidente della Comunità islamica centrafricana, che si trovano in visita a Parigi. I due capi religiosi sono impegnati in un tour delle capitali europee per chiedere aiuto e sostegno al loro Paese. L’arcivescovo e l’Imam che si sono prodigati per pacificare gli animi nel corso di diverse visite congiunte in chiese e moschee dove hanno trovato rifugio migliaia di sfollati, riferiscono che mentre la situazione a Bangui è relativamente sotto controllo, il resto del Paese è alla mercé di Seleka e degli anti-balaka. Felicitandosi per l’elezione della Presidente Samba-Panza, (definita “una donna di ferro” dall’imam Kobine Layama) mons. Nzapalainga ha insistito sul fatto che il nuovo Capo dello Stato si trova di fronte ad un compito improbo perché l’amministrazione statale è completamente collassata. “Su 36 ministeri, solo due funzionano, la difesa e l’amministrazione del territorio” ha detto all’Afp l’arcivescovo. “Lo Stato è fallito. Occorre ricostruire l’amministrazione con uomini e mezzi, perché possa dispiegarsi su tutto il territorio e permettere al Paese di essere uno Stato”. I due leader religiosi chiedono che la missione militare africana attualmente dispiegata nel Paese (Misca) divenga parte di una forza più ampia sotto l’egida dell’Onu, per mettere in sicurezza tutto il territorio nazionale. Attualmente vi sono in Centrafrica 6.000 tra militari francesi della forza Sangaris e quelli africani della Misca. Troppo pochi per controllare un Paese vasto quanto la Francia e il Lussemburgo, ha sottolineato mons. Nzapalainga. “Con le forze dell’Onu, il Centrafrica non sarà più un affare africano o europeo, ma mondiale” ha concluso l’arcivescovo. (R.P.)
Ultimo aggiornamento: 24 gennaio
Testo proveniente dalla pagina http://it.radiovaticana.va/news/2014/01/23/centrafrica:_l%E2%80%99arcivescovo_e_l%E2%80%99imam_di_bangui_chiedono_lintervento/it1-766568
del sito Radio Vaticana
Centrafrica: l'arcivescovo e l'Imam di Bangui chiedono l'intervento dell'Onu
Radio Vaticana
Dieudonné Nzapalainga e l'imam Oumar Kobine Layama, presidente della Comunità islamica centrafricana, che si trovano in visita a Parigi. I due capi religiosi sono impegnati in un tour delle capitali europee per chiedere aiuto e sostegno al loro ...

AFRICA/CENTRAFRICA - "Lo Stato è collassato occorre l'intervento dell'ONU": appello dell'Arcivescovo e dell'Imam di Bangui
Dieudonné Nzapalainga e l'Imam Oumar Kobine Layama, Presidente della Comunità islamica centrafricana, che si trovano in visita a Parigi. I due capi religiosi sono impegnati in un tour delle capitali europee per chiedere aiuto e sostegno al loro
Agenzia Fides - 1 mese fa                
Rep.Centrafricana: testimoni, scontri causano 10 morti
Testimoni riferiscono che almeno dieci persone sono state uccise oggi durante scontri nella Repubblica Centrafricana, alla vigilia del giuramento della nuova Presidente ad interim Catherine Samba-Panza. Gli scontri tra cristiani e musulmani si sono ...
La Repubblica - 1 mese fa

africa/centrafrica - “serve l'onu”: appello congiunto dell ... - News.va
www.news.va/it/news/africacentrafrica-serve-lonu-appello-congiunto-del‎
Dieudonné Nzapalainga, Arcivescovo di Bangui, e Omar Kobine Layama, Imam della capitale centrafricana, in un appello congiunto pubblicato dal quotidiano ...
“Serve l'ONU”: appello congiunto dell'Arcivescovo e dell'Imam di
www.fides.org/.../54295-AFRICA_CENTRAFRICA_Serve_l_ONU_appe...‎
02/gen/2014 - Bangui (Agenzia Fides)-Nonostante l'intervento delle truppe francesi e di quelle africane, la situazione nella Repubblica Centrafricana, rimane ...
Meeting between Pascal Canfin and the archbishop and imam of ...
www.diplomatie.gouv.fr/.../meeting-between-pasca... - Traduci questa pagina
10/mar/2014 - Meeting between Pascal Canfin and the archbishop and imam of ... with Mr. Oumar Kobine Layama, Archbishop of Bangui and Imam of Bangui, ...
Bangui Imam Vows to Stay in CAR - Africa - News - OnIslam.net
www.onislam.net/.../469163-bangui-imam-vows-t...‎Traduci questa pagina
12/feb/2014 - BANGUI - Reflecting the anguish of Muslims in Central Africa Republic, a Bangui Muslim imam has shared his appalling testimony about ...
Centrafrique : Les trois saints de Bangui - Le Monde
www.lemonde.fr/.../centrafrique-les-trois-saints-de-... - Traduci questa pagina
27/dic/2013 - Enquête. L'un est imam, l'autre pasteur, le dernier archevêque. ... Le Révérend Nicolas Guerekoyame-Gbangou à Bangui, le 25 décembre.
BBC News - 'I'll be last Muslim in CAR'
www.bbc.co.uk/news/world-africa-26118809‎Traduci questa pagina
10/feb/2014 - No group has escaped the violence and many Muslims are fleeing, afraid for their lives. One imam in the capital Bangui shares his fears.

2014-03-07

AFRICA/SUD SUDAN - “Il popolo Sud Sudanese uscirà da questa ennesima crisi”; a 50 anni dall’espulsione dei missionari.
Juba (Agenzia Fides) - Il 27 febbraio 1964 il Consiglio dei Ministri del Sudan emanava il decreto di espulsione di tutti i missionari e le missionarie stranieri presenti nelle tre provincie del Sud Sudan: Juba, Wau e Malakal. Le Missionarie Comboniane espulse furono centocinquantaquattro, mentre i Missionari Comboniani, centoquattro. Diversi missionari e missionarie erano già stati espulsi a scaglioni a partire dal 1961. Tra quelli mandati via si trovavano pure tredici Mill Hill Fathers che lavoravano a Malakal. Il 17 maggio furono espulsi anche i quattro Comboniani di Mading/Abyei e Mons. Edoardo Mason, Vicario Apostolico di El Obeid. A ricordare questo doloroso evento è la Famiglia Comboniana e la Chiesa locale, come ricorda il Messaggio scritto per la circostanza dai due Superiori provinciali comboniani del Sud Sudan: p. Daniele Moschetti (MCCJ) e suor Giovanna Sguazza (SMC).
“Desideriamo fare memoria con voi di questa ‘storia sacra’ per celebrare le opere meravigliose del nostro Dio che, dalle situazioni più dolorose e sofferte, sa trarre il bene per la salvezza del suo popolo” è scritto nel Messaggio. L’espulsione dei missionari “fu un trauma sia per chi era stato espulso come per le comunità cristiane che rimanevano praticamente abbandonate. Le missioni che rimasero abbandonate furono cinquantotto”. La Chiesa nascente in Sud Sudan e le giovani congregazioni religiose locali rimasero prive di sostegno, ritenuto indispensabile per la loro crescita. Oggi, dopo cinquanta anni, si può affermare che da quella situazione tragica “la Chiesa Sudanese emerse decisamente come Chiesa locale con una propria gerarchia, clero e religiosi”.
Ripercorrendo gli avvenimenti principali verificatisi prima e dopo il 1964, la lettera mette in luce come “la rilettura di eventi del passato percepiti come negativi ma che sono diventati chiaramente segni della ‘Storia di salvezza’, ci aiuta anche a guardare con speranza e fede alla storia presente del Sud Sudan”.
I tragici eventi che stanno segnando la vita del giovane stato indipendente del Sud Sudan in queste ultime settimane, seminando “sofferenze, morti, distruzioni e divisioni” ma “anche tanto bene fatto da tanti cristiani e non cristiani, in nome del mandato evangelico”, non devono disorientarci. “Così oggi, noi crediamo e preghiamo fortemente che il popolo sud Sudanese uscirà da questa ennesima crisi e dolore più forte nell’affrontare le sfide che la storia e la vita comportano – conclude la lettera -. Dio non ha abbandonato il suo popolo! Dio non ha mai abbandonato il Sud Sudan anche nei lunghi quarant’anni di guerra! Anche questa è e sarà storia di salvezza per il popolo del Sud Sudan. Siamo chiamati tutti a farne parte e a scrivere questo pezzo di storia con il suo popolo, come hanno fatto i nostri antenati nella fede. Senza paura e con grande coraggio!”. (SL) (Agenzia Fides 7/3/2014)

2014-03-11 AFRICA/SUD SUDAN - Inaugurata l’ala pediatrica dell’ospedale di Yirol
2014-03-07 AFRICA/SUD SUDAN - “Il popolo Sud Sudanese uscirà da questa ennesima crisi”; a 50 anni dall’espulsione dei missionari
2014-03-03 AFRICA/SUD SUDAN - Malakal, città di 250.000 abitanti, completamente deserta dopo gli assalti ribelli: la testimonianza a Fides di una missionaria
2014-02-27 AFRICA/SUD SUDAN - “Lavoriamo insieme per la pace”: appello di Mons. Taban alla comunità islamica
2014-02-25 AFRICA/SUD SUDAN - “Il nostro posto è qui”: iniziativa solidale per mamme e bambini bisognosi di assistenza sanitaria
2014-02-20 AFRICA/SUD SUDAN - “Occorre coinvolgere la società civile nei colloqui di pace” dice il Nunzio
2014-02-19 AFRICA/SUD SUDAN - Situazione incerta a Malakal, al centro degli scontri tra governativi e ribelli
2014-02-18 AFRICA/SUD SUDAN - Violata la tregua: ripresi i combattimenti a Malakal, importante centro petrolifero
2014-02-12 AFRICA/SUD SUDAN- Nuovo round dei colloqui di pace per il Sud Sudan
2014-02-07 AFRICA/SUD SUDAN - Nonostante la tregua firmata continuano gli scontri: servono aiuti essenziali, farmaci e alimenti terapeutici

2014-03-18
AFRICA/BURUNDI - “Siamo molto preoccupati per le tensioni crescenti” dicono a Fides fonti della Chiesa locale.
Bujumbura (Agenzia Fides) - “Siamo molto preoccupati per la situazione del Paese” dicono all’Agenzia Fides fonti della Chiesa locale dal Burundi, dove la tensione politica non accenna a placarsi dopo che nei giorni scorsi le forze dell’ordine hanno represso le dimostrazioni dell’opposizione. Nella notte tra il 16 e il 17 marzo un dirigente dell’Uprona, uno dei principali partiti burundesi, è stato leggermente ferito dall’esplosione di una granata.
“Le tensioni sono legate principalmente al tentativo del Presidente in carica, Pierre Nkurunziza, di cambiare la Costituzione per potersi presentare alle elezioni del 2015 per ottenere un terzo mandato” dicono le fonti di Fides, che non citiamo per nome per motivi di sicurezza. “L’attuale Costituzione, che recepisce gli accordi di pace di Arusha del 2000, prevede che il Capo dello Stato possa ricoprire solo due mandati. L’opposizione e la società civile stanno manifestando la propria contrarietà a questa modifica costituzionale”.
Il Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki-moon, ha deplorato “le restrizioni crescenti alla libertà di espressione” e si è dichiarato “molto preoccupato” per la crescita della tensione in Burundi. “Anche i Vescovi burundesi erano intervenuti lo scorso dicembre, affermando che a loro avviso, non bisogna cambiare la Costituzione prima delle elezioni del 2015. Solo dopo, eventualmente, si potranno effettuare dei cambiamenti” ricordano le nostre fonti. “I Vescovi inoltre chiedono che non venga chiuso l’Ufficio dell’ONU in Burundi (BNUB) che contribuisce a garantire l’applicazione degli accordi di pace”.
“Altre tensioni - continuano le nostre fonti - sono legate alla questione fondiaria. Un’apposita commissione è stata incaricata di verificare le proprietà delle terre abbandonate da coloro che erano stati costretti a fuggire in altre zone del Burundi o all’estero e poi occupate da altre persone. I vecchi proprietari, di recente tornati dalla Tanzania, reclamano il possesso delle loro terre. Si sono così create forti tensioni tra vecchi e nuovi proprietari”. “La situazione quindi è molto delicata e tra la popolazione c’è paura. Stiamo pregando perché la pace prevalga finalmente nel nostro Paese” concludono le fonti. (L.M.) (Agenzia Fides 18/3/2014)

2014-03-18 AFRICA/BURUNDI - “Siamo molto preoccupati per le tensioni crescenti” dicono a Fides fonti della Chiesa locale
2013-12-11 AFRICA/BURUNDI - I Vescovi raccomandano “saggezza e concertazione” per la revisione della Costituzione
2013-12-09 AFRICA/BURUNDI - Nomina del Coadiutore di Bubanza
2013-11-28 AFRICA/BURUNDI - La società civile dei Grandi Laghi a convegno per consolidare la pace
2013-11-06 AFRICA/BURUNDI - “Curare i mali dell’Africa per evitare tragedie come quella di Lampedusa”
2013-01-28 AFRICA/BURUNDI - Distrutto lo stock nazionale di beni di prima necessità nell’incendio del mercato centrale di Bujumbura
2012-11-07 AFRICA/BURUNDI - I Vescovi salutano l’Accordo-Quadro tra Burundi e Santa Sede firmato il 6 novembre
2012-10-09 AFRICA/BURUNDI - Istruzione per le donne, per far crescere l’intera società: l’impegno del JRS
2012-07-04 AFRICA/BURUNDI - L’indipendenza del Burundi è un tesoro da far fruttare: messaggio dei Vescovi per i 50 anni di indipendenza
2012-02-23 AFRICA/BURUNDI - Serve aiuto urgente per gli sfollati a causa delle piogge torrenziali nell’area di Gatumba