Quarta Omelia di San Giovanni Crisostomo

Quarta Omelia
1 - Ancora una volta, questi miserabili Giudei, i più funesti di tutti gli uomini, si apprestano a digiunare, e ancora una volta è necessario che il gregge di Cristo sia messo in guardia. Quando non vi è da temere alcun animale feroce, i pastori sdraiati sotto una quercia o un pioppo, suonano la zampogna lasciando le pecore pascolare in libertà; ma, appena prevedono l’attacco dei lupi, subito, gettata la zampogna, afferrano la fionda e, abbandonato il flauto, si armano di bastoni e di pietre e si pongono a difesa davanti all’ovile, urlando con fortissime grida e molto spesso con il solo clamore, cacciano la belva prima che si avventi.
Così è anche per noi: nei giorni precedenti godevamo nell’esporvi le Sacre Scritture, come i cantanti del coro in una ridente prateria, e non toccavamo alcun argomento di litigio poiché nulla ci turbava o ci spiaceva.
Ma oggi che i Giudei, più spietati dei lupi, ci assediano, è nostro dovere prepararci alla battaglia e al duello, perché nessuno, a noi strappato, cada in preda alle fiere. In verità, non stupitevi che, sebbene il digiuno incominci tra dieci e anche più giorni, noi sin d’ora armiamo e fortifichiamo gli animi vostri. Gli agricoltori attenti e laboriosi, se hanno vicino un torrente che danneggia e distrugge i campi, non aspettano l’arrivo dell’inverno, ma, molto tempo prima, rinforzano gli argini, elevano dighe, scavano fossati, e si preparano con tutti i mezzi possibili a contrastare la futura violenza del torrente. Finché è tranquillo nel suo letto, facilmente si potrà tenerlo sotto controllo, invece non sarà altrettanto facile fermarne lo straripamento quando sarà ingrossato e l’impeto delle acque molto violento. Per questo gli agricoltori prevengono con molto anticipo l’inondazione, preparando tutto quello che può rendere sicuri i campi.
Questa è anche la consuetudine dei soldati, dei marinai, dei contadini e dei mietitori. I soldati, prima che arrivi il momento della battaglia, puliscono la corazza, esaminano attentamente lo scudo, mettono in ordine le redini, nutrono abbondantemente i cavalli, e curano che ogni cosa sia in perfetto ordine. Similmente i marinai, prima di condurre la nave in porto, riparano la carena, rimettono in buono stato le fiancate, raschiano i remi, rattoppano le vele e infine diligentemente sistemano tutta l’armatura della nave; anche i mietitori molti giorni prima affilano le falci, preparano le aie, i buoi, i carri, in breve tutto quello che serve al raccolto e alla trebbiatura.
Vedi dunque che tutti gli uomini, ogni volta che si tratta di cosa importante, fanno i loro preparativi, perché giunto il tempo di eseguire i lavori si potrà compiere l’opera più facilmente. Prendendo esempio da questi, noi premuniamo le vostre anime, esortandovi a fuggire questo empio e scellerato digiuno degli ebrei.
Invero non dirmi: "Digiunano soltanto!", ma mostrami piuttosto che digiunano per comando di Dio; se non è così, allora il digiuno è più scellerato dell’intemperanza; infatti non si deve considerare soltanto ciò che i Giudei fanno, ma occorre ricercare la ragione per la quale agiscono in tal modo.
Quello che è fatto per volontà di Dio è ottimo anche se può sembrare malvagio; al contrario ciò che è fatto contro la volontà di Dio e gli dispiace, anche se viene giudicato ottimo, è invece pessimo e iniquo. Perciò, se qualcuno uccide un uomo, perché così vuole Dio, commette un omicidio che è meglio di qualsiasi atto di carità; e, ancora, se qualcuno risparmia un uomo, e lo tratta con indulgenza contro il volere di Dio, questa bontà è più criminale di un omicidio. Non è la natura dei fatti che rende le azioni buone o cattive, ma la volontà del Signore.
2 - Ascolta attentamente per comprendere bene questa verità: Achab aveva catturato un monarca siriano e, contro il volere di Dio lo lasciò in vita, non solo, ma lo fece sedere accanto a sé e infine lo lasciò andare con molte dimostrazioni di rispetto. Allora un Profeta che era presente, avvicinatosi a un compagno gli disse: ""In nome di Dio percuotimi". Ma il compagno non volle colpirlo. E il Profeta: "Poiché non hai ascoltato la voce del Signore, appena mi avrai lasciato un leone ti ucciderà". L’uomo si allontanò e in effetti un leone lo incontrò e l’uccise. Lo stesso Profeta, incontrato un altro uomo gli disse di nuovo: "Percuotimi, in nome di Dio". Costui lo picchiò e lo ferì ed il Profeta si bendò il viso [per non farsi riconoscere dal Re]" (III Re 20, 35-38). Cosa vi è di più strano e stupefacente? Quello che colpisce il Profeta se ne va incolume, colui che lo ha risparmiato è punito. Senza dubbio questo è per far comprendere che non si deve indagare con curiosità sui voleri divini ed esaminare la natura dei comandi, si deve solamente obbedire. Affinché il rispetto dovutogli non spingesse l’uomo a risparmiarlo, il Profeta non gli disse semplicemente: "Percuotimi", ma aggiunse: "In nome di Dio" cioè Dio lo comanda e non chiedere di più. È il Signore, sovrano di tutto il creato, che ha stabilito questa legge; inchinatevi davanti alla maestà di chi comanda e obbedite con la massima prontezza. Colui al quale queste parole erano state dette rifiutò di obbedire e fu gravemente punito, per ammonire i posteri ed esortarli a cedere ed obbedire senza indugio qualsiasi cosa Dio comandi.
Dunque, dopo che il secondo uomo lo ebbe colpito e ferito, il profeta si avviluppò il capo, si coprì gli occhi e si rese irriconoscibile. Per qual ragione agì in tal modo? Per poter accusare il Re e comunicargli la sentenza di condanna per aver lasciato in vita il Re della Siria. Poiché questo empio monarca aveva sempre odiato i Profeti, temendo che, avendolo visto e riconosciuto, si allontanasse e non ricevesse il rimprovero, il Profeta si velò il viso e modificò il racconto per poter dire ciò che voleva, costringendo il Re a confessare. Infatti al passaggio del Re lo interpellò ad alta voce dicendo: "Il vostro servo era uscito per combattere i nemici ed ecco che un uomo me ne porta un altro dicendomi: "Fai la guardia a costui, ma se egli riuscirà a fuggire, la tua vita risponderà della sua o pagherai un talento d’argento". Accadde che mentre il tuo servo guardava in giro da una parte e dall’altra, l’uomo scomparve. Disse il Re di Israele: "Tu sei per me il tuo stesso giudice, hai ucciso". Subito il profeta si tolse il velo che gli copriva gli occhi ed il Re di Israele lo riconobbe poiché era uno dei figli dei profeti, e rivolto al Re il profeta aggiunse: "Ecco che cosa dice il Signore: poiché hai lasciato sfuggire dalle tue mani un uomo che meritava di morire, la tua vita risponderà della sua e il tuo popolo per il suo popolo" " (III Re, XX, 39 e segg.).
Vedi? Non solo Dio ma anche gli uomini giudicano allo stesso modo, considerando non la natura delle cose, ma il fine e i motivi che li ispirano. É vero, disse anche il Re, tu sei per me il tuo stesso giudice: sei un omicida; sì, sei un omicida perché hai lasciato fuggire un nemico. Velandosi il volto e sottomettendo al re un fatto diverso il profeta l’aveva indotto a pronunziare una giusta sentenza. Allora, dopo che il re ebbe pronunziata la sentenza che condannava anche il proprio operato, il Profeta, toltosi il velo, così parlò: "Poiché avete lasciato andare libero un uomo meritevole di morte, risponderete della sua vita con la vostra vita e del suo popolo col vostro popolo".
Rifletti sulla gravità del castigo che toccò al re per il suo atto, e sul supplizio a cui lo condannò la sua clemenza fuori luogo: di modo che è punito chi salvò la vita, è approvato chi uccise (Num. XXV, Salmo CV, 30). Phinees che commise nello stesso tempo un duplice omicidio, colpendo mortalmente un uomo e la moglie, fu onorato con la dignità sacerdotale, e la sua mano non solo non fu insozzata dal sangue, ma il sangue addirittura la rese più pura. Quindi: quando vedete che è salvo colui che percosse il Profeta e punito a morte chi lo ha risparmiato; quando vedete che è castigato chi non lo ha colpito ed è altamente approvato chi al contrario lo ha fatto, allora considerate sempre con grande cura quale sia la volontà divina, piuttosto che considerare la natura degli avvenimenti e delle azioni: questo solo deve essere fatto, quello che è conforme alla volontà di Dio.
3 - Usiamo questa regola ed esaminiamo attentamente il digiuno degli ebrei. In realtà se non ci comportassimo in tal modo, ma ci limitassimo ad esporre e considerare le cose in sé stesse, avremmo grande confusione e grandi dubbi. Infatti si straziano i fianchi ai briganti, ai profanatori di tombe, agli impostori, ma i martiri sopportarono le stesse sevizie; di modo che le azioni sono uguali, ma le intenzioni e le cause per cui accaddero non sono le stesse e perciò vi è una grandissima differenza tra le une e le altre. In questi fatti non consideriamo soltanto i tormenti inflitti, ma, prima di tutto, la ragione e i sentimenti che causarono le torture: ed allora amiamo i martiri non perché furono torturati, ma perché sopportarono i tormenti per Cristo, e detestiamo i malfattori non perché furono puniti ma perché lo furono per la loro malvagità. Applicate questo principio anche nel caso del digiuno; quando vedrete che i Giudei digiunano per amore verso Dio allora apprezzateli, ma se vedrete che digiunano contro la volontà divina, detestateli ancora di più e odiateli come se fossero degli ubriachi dediti alle orge e alla dissolutezza.
Inoltre per questo digiuno bisogna non solo ricercare la causa, ma considerare anche il luogo e il tempo. In verità prima di muovere guerra contro gli ebrei, volentieri mi rivolgerei a quelli che sono nostri membri, che mentre continuano a far parte del nostro corpo, seguono le pratiche giudaiche e non trascurano nessuna fatica per difenderle; per questo, a mio avviso, sono molto più colpevoli degli stessi Giudei. Che ciò sia vero l’ammetteranno con me non solo gli uomini saggi ed avveduti, ma anche tutti quelli che hanno un’ombra di raziocinio e di buon senso. Per dimostrarlo non vi è bisogno di sofismi, di artifici oratori o di lunghi discorsi. La risposta ad una semplice domanda renderà tutto chiaro. Quale domanda? Ad ognuno di quelli che sono colpiti dal morbo chiederò: Sei cristiano? Se sì, allora perché emuli i Giudei nell’osservanza dei loro riti? Se sei un ebreo, perché perseguiti la Chiesa? Un persiano non si interessa forse degli affari persiani? E un barbaro non segue forse i riti barbari? Colui che abita nelle terre sottomesse ai romani non segue forse le nostre stesse leggi? Dimmi dunque: se qualcuno di questi che vivono con noi fosse sorpreso ad avere un’intesa con i barbari, non sarebbe forse punito subito senza inchiesta o discussione, qualsiasi scusa volesse portare in sua difesa? E se presso i barbari vi fosse qualcuno che si conformasse alle leggi romane, non sarebbe forse punito allo stesso modo? Come speri salvezza tu che sei passato a quell’empio modo di vita? Tra noi e i Giudei vi è soltanto una piccola differenza?
E le questioni che ci separano sono talmente futili e senza importanza che tu puoi stimare essere una sola e stessa religione la nostra e la loro? Perché mescoli cose tra loro incompatibili? I Giudei crocefissero quel Cristo che tu adori; vedi quale abisso ci separa? Come può essere che tu corra da quelli che uccisero Cristo, quel Cristo crocefisso che tu proclami di adorare?
Non è mia questa legge che li incrimina, né io scoprii questa accusa. La Sacra Scrittura non li accusa forse nello stesso modo? Ascolta le parole di Geremia contro i Giudei: "Andate a Cedar e osservate: mandate messaggeri alle isole Cethim e giudicate se sono mai state fatte azioni simili alle vostre; le genti non cambiano i loro dei anche se non sono dei veri dei. Voi invece cambiate la vostra gloria in un’altra da cui non trarrete alcun beneficio" (Ger. II, 10-11). Geremia non disse: avete cambiato i vostri dei, ma disse: avete cambiato la vostra gloria; questi uomini, spiega, adorano degli idoli e servono dei demoni, ma sono tanto fermi nel loro errore che non vogliono abbandonarli e passare alla verità. E voi che adorate il vero Dio, abbandonato il culto dei vostri padri, vi affrettate a seguire un culto estraneo e non mostrate per la verità tanta strenua fermezza quanta gli idolatri per l’errore.
Per questo il Profeta dice: "Si è mai fatto qualcosa di simile? Queste nazioni hanno cambiato i loro dei, che pure dei non sono, ma voi avete cambiato la vostra gloria per una che non vi servirà a nulla" (Mal. III, 6). Non disse: "Avete cambiato il vostro Dio", perché Dio non si può cambiare, ma "avete cambiato la vostra gloria". Dice il Signore: "Non io sono stato ferito, né a me è stato arrecato danno, voi vi siete disonorati da soli; non la mia gloria avete sminuito, ma la vostra".
Permettetemi perciò di rivolgere lo stesso discorso ai nostri fratelli, se, tuttavia, possiamo chiamare così quelli che hanno con i Giudei lo stesso modo di sentire. Andate nelle Sinagoghe e osservate se i Giudei hanno modificato il loro digiuno, se celebrano con noi il digiuno pasquale, se hanno una qualche volta mangiato in tal giorno. Quindi questo loro digiuno non è vero digiuno, ma una trasgressione della legge, è un errore, è un peccato e tuttavia essi nulla hanno cambiato. Voi invece, voi avete rinunziato alla vostra gloria, senza alcun vantaggio, e per di più siete passati ai loro riti. Quando mai i Giudei hanno celebrato il digiuno pasquale? Quando mai hanno celebrato con noi le feste dei martiri? Quando mai hanno celebrato con noi l’Epifania? Essi non muovono un passo verso la verità e voi vi affrettate a correre verso l’iniquità. Sì l’iniquità, lo ripeto, perché questi digiuni non sono fatti nel tempo giusto. Una volta vi fu un’epoca in cui bisognava osservarli, ma ora non più, e perciò quello che allora era conforme alla legge divina, ora è diventato contrario.
4 - Concedete anche a me di dire contro di loro quello che disse il Profeta Elia. Vedendo i Giudei vivere con empietà, ora obbedendo a Dio, ora servendo gli idoli, così Elia parlò loro: "Fino a quando zoppicherete da entrambe le parti? Se il Signore è il vostro Dio venite e seguitelo; se al contrario il vostro Dio è Baal andate dietro a Baal" (III Re, XVIII, 21). Lo stesso io dico ora a costoro: se reputate che il giudaismo è la verità, perché importunate la Chiesa? Se il Cristianesimo è la verità, come lo è in modo certo, restate con lui e seguitene le pratiche: sarete con noi partecipi dei misteri. Suvvia ditemi: adorate Dio come cristiani, gli chiedete delle grazie e celebrate le festività con i suoi nemici? E, infine, con qual animo vi presentate in Chiesa?
Ho parlato sufficientemente ormai per quelli che affermano di credere come noi, mentre imitano i comportamenti dei Giudei.
Ora voglio proprio rivolgere ai Giudei il mio discorso; permettetemi quindi di esporre più ampiamente la dottrina, per mostrare in modo chiaro come i Giudei che ora digiunano oltraggino ignominiosamente la legge, calpestando i precetti divini, e, così facendo, agiscano in modo contrario alla volontà di Dio. Quando il Signore voleva che digiunassero, essi rimandavano il digiuno ad altro tempo mangiando a quattro palmenti; e poi, quando il Signore non voleva che digiunassero, essi al contrario digiunavano. Quando Dio voleva che offrissero sacrifici, essi correvano agli altari degli idoli, quando Dio voleva che celebrassero una festività non si prendevano cura di farlo; per questo Stefano disse loro: "Voi sempre opponete resistenza allo Spirito Santo" (Atti VII, 51). E ancora disse: "La vostra sola preoccupazione è di fare il contrario di ciò che Dio comanda"; tale è anche ora la loro condotta.
Che cosa ce lo mostra chiaramente? Senza dubbio la legge stessa. Per quanto concerne le festività giudaiche, la legge non comanda solamente di osservare il tempo prescritto, ma anche il luogo. A quelli che discutevano per la Pasqua così disse: "Non potrete celebrare la Pasqua in nessuna delle città che il Signore vi dà" (Deut. XVI, 5-6). Fissa inoltre la celebrazione di questa festa il quattordicesimo giorno del primo mese e ordina di celebrarla in Gerusalemme. Nello stesso modo sono accuratamente determinati il luogo e il tempo in cui si doveva celebrare la Pentecoste. Il Signore comanda inoltre di celebrarla dopo sette settimane; e precisa: "Nel luogo scelto dal Signore tuo Dio" (Deut. XII, 11). Così anche per la Festa dei Tabernacoli.
Esaminiamo ora quale di queste due prescrizioni è più necessaria: nel caso in cui l’importanza non fosse uguale, bisogna osservare il tempo non curandosi del luogo, oppure non curarsi del tempo per osservare il luogo? Mi spiego meglio: il Signore prescrive che la Pasqua sia celebrata il primo mese dell’anno e in Gerusalemme. Ecco precisati tempo e luogo. Ora supponiamo che due uomini celebrino la Pasqua; l’uno la celebra nel tempo dovuto ma non nel luogo prescritto; l’altro obbedisce all’obbligo del luogo, ma trasgredisce riguardo al tempo; di modo che colui che osserva il tempo trascurando il luogo celebra la Pasqua nel primo mese, ma lontano da Gerusalemme; colui che osserva il luogo trascurando il tempo, celebra la Pasqua a Gerusalemme, tuttavia non nel primo mese ma nel secondo.
Vediamo ora quale dei due è da giudicare colpevole e quale da approvare. Approveremo quello che osservò il luogo trascurando il tempo, oppure quello che, al contrario, osservò il tempo trascurando il luogo? In verità se ci sembra da approvare quello che trascurò il tempo per celebrare la Pasqua a Gerusalemme, e se, al contrario, dobbiamo condannare per empietà chi trascura la questione del luogo per mantenere quella del tempo, ne consegue con somma evidenza che i Giudei violano la legge, non facendo nel luogo prescritto quanto fanno, anche se ripetessero diecimila volte che osservano il tempo.
Dove troveremo noi la prova? Nelle parole di Mosè. Alcuni ebrei che stavano per celebrare la Pasqua, si recarono da Mosè e gli dissero: ""Noi siamo impuri perché abbiamo toccato un cadavere, non potremo per questo offrire i doni al Signore in mezzo ai figli di Israele nel tempo fissato?". Ad essi Mosè rispose: "Aspettate. Sentirò quello che il Signore comanderà per voi". E il Signore parlò a Mosè dicendo: "Ogni uomo tra voi, o tra i vostri discendenti, che sia impuro per aver toccato un cadavere, o che sia impegnato in un lungo viaggio, celebri la Pasqua nel secondo mese"" (Num. IX, 7-11). In altri termini disse: "Chiunque si trovi in viaggio nel primo mese, non deve celebrare la Pasqua fuori di Gerusalemme, ma nel secondo mese, appena potrà recarvisi; piuttosto che celebrare la Pasqua in un’altra città, non tenga conto del tempo". Dichiarando così che è più necessaria l’osservanza del luogo che non quella del tempo.
Cosa rispondono questi Giudei che celebrano la Pasqua fuori dalla città stabilita? Infatti poiché trasgrediscono all’obbligo più grave, non può giustificarli l’osservanza del tempo che è di minore importanza. Potrebbero osservare mille e mille volte il tempo prescritto, non sarebbero meno colpevoli di grave trasgressione alla legge. E che questa sia la verità lo provano non solo queste considerazioni ma anche le parole dei Profeti. Sappiamo infatti che non offrivano sacrifici, non cantavano inni sacri, non digiunavano quando erano in terra straniera (Salmo CXXXVI, 4). Cosa possono dire per scusarsi i Giudei di questi giorni? Tuttavia quegli antichi ebrei si aspettavano di ritrovare il loro modo di vita e continuavano a obbedire agli obblighi della legge; quella legge che prometteva che questo sarebbe accaduto. Gli ebrei di questi tempi agiscono in questo modo senza nessuna speranza di ritornare allo stato primitivo; del resto in qual profeta troverebbero questa promessa? Non sanno, inoltre, starsene tranquilli; quand’anche avessero grandissime speranze di ritornare nella loro città, tuttavia dovrebbero imitare quei santi uomini e astenersi dal digiuno e da ogni pratica simile.
5 - Che quegli antichi santi ebrei si siano totalmente astenuti lo comprenderete dalle risposte date a chi li interrogava. Infatti ai barbari che premevano con insistenza per obbligarli a cantare accompagnandosi con i loro strumenti dicendo loro: "Cantateci gli inni del Signore" (Salmo CXXXVI, 3), essi che avevano ben chiaro nella mente che non era lecito farlo fuori di Gerusalemme, risposero: "Come potremmo cantare gli inni del Signore essendo in terra straniera?". E ancora, ecco che cosa dicevano i tre giovani prigionieri a Babilonia: "Non vi è ora principe, né profeta, né luogo in cui sia permesso sacrificare in vostra presenza e ottenere misericordia" (Dan. III, 38). Certamente vi era là molto spazio, ma poiché non vi era il tempio, si astenevano dall’offrire sacrifici.
Ad altri poi il Signore parlò per mezzo di Zaccaria; parlando degli anni che avevano passati in cattività chiese: "Avete osservato il digiuno per settanta anni?" (Zac. VII, 5). Perché dunque tu giudeo ora digiuni, mentre i tuoi antenati si sono astenuti dai sacrifici, dai digiuni, dalla celebrazione delle feste? Risulta evidente che essi non celebravano la Pasqua, giacché dove non c’era sacrificio non poteva esserci festività, dato che la festività esige il sacrificio.
Ma se volessimo dare una dimostrazione ancora più precisa, ripeteremmo quello che dice Daniele: "Io Daniele passai quei giorni piangendo; per tre settimane non mangiai pane; né vino né carne entrarono nella mia bocca; in quelle settimane non unsi il mio corpo con unguenti e il ventiquattresimo giorno del primo mese ebbi una visione" (Dan. X, 2-4). Ascoltatemi ora con molta attenzione perché questo passo dimostra chiaramente che allora gli ebrei non celebravano la Pasqua. Come risulta questo? Ve lo spiegherò: durante i giorni degli azimi, agli ebrei non era permesso il digiuno; ora Daniele passò ventun giorni senza toccare pane. Subito qualcuno obbietterà: "Come sai che questi ventun giorni coincidevano con i giorni degli azimi?". Questo è dimostrato dalle parole di Daniele che dice: il ventiquattresimo giorno del primo mese. Ora le celebrazioni di Pasqua terminavano il ventunesimo giorno dello stesso mese. Cominciavano infatti il quattordicesimo giorno del primo mese e si celebravano per sette giorni continui; la fine era fissata al ventunesimo giorno. Tuttavia Daniele continuava a digiunare anche se il tempo pasquale era ormai passato (Dan. X, 4). Avendo cominciato il terzo giorno del primo mese e continuato per ventun giorni, vuol dire che giunto al quattordicesimo giorno aveva continuato a digiunare per altri sette giorni e poi ancora per altri tre.
Non sono dunque da considerare empi e violatori della legge quelli che, per spirito di contesa e ostinazione, si ostinano ad agire in modo contrario, mentre quegli antichi santi uomini non compivano in terra straniera alcuno degli obblighi comandati dalla legge? Se invero fossero stati uomini sconsiderati e poco attenti si sarebbe potuto attribuire a negligenza la mancata osservanza di queste pratiche; ma essendo essi uomini religiosi e pii, uomini che offrirono la vita per obbedire ai precetti divini, è chiarissimo che non agirono in tal modo per negligenza, ma perché convinti dalla legge stessa che non era lecito osservare gli obblighi fuori di Gerusalemme. Ne consegue un altro principio estremamente importante, cioè che l’osservanza dei sacrifici, sabati, noviluni, e tutti gli altri riti simili, erano aggiunti alla vita giudaica come un sovrappiù; se venivano osservati non aggiungevano nulla di considerevole alla virtù, se trascurati non potevano far diventare cattivo l’uomo buono o diminuire in qualche modo la santità insita nell’animo. Perciò quegli uomini che ci mostrarono di vivere sulla terra come degli angeli, sebbene non abbiano celebrato nessuna di queste cerimonie, né offerto sacrifici oppure osservato il giorno festivo, tuttavia talmente piacquero a Dio che si elevarono sopra la natura stessa, e per le circostanze della loro vita portarono al mondo intero la conoscenza di Dio. Chi è capace di mostrare qualcuno paragonabile a Daniele? O ai tre fanciulli? Poiché essi, prima del Vangelo, fecero proprio quel grande precetto evangelico che è la causa prima di ogni bene e lo mostrarono con i fatti. "Nessuno può dare più gran prova di amore di colui che dà la sua vita per i suoi amici" (Giov. XV, 13). Ed essi in verità diedero la vita per Dio. Non solo per questo sono da ammirare, ma ancora di più perché non lo hanno fatto per ricevere una ricompensa. Infatti dicevano: "Il Signore che è nei cieli è tanto potente da liberarci, ma se anche non lo farà, sappi o re che noi non adoreremo i tuoi dei" (Dan. III, l7). Come ricompensa a noi basta morire per Dio. Ecco che cosa fecero, ecco la testimonianza della loro grande virtù, eppure nessuno di loro osservava le prescrizioni della legge.
6 - Ma allora mi domandi: "Perché Dio diede degli ordini se non voleva che fossero osservati? E se ne voleva l’adempimento perché ha distrutto la tua città?".
Se voleva mantenere quei riti bisognava agire in uno di questi due modi: o non imporre che i sacrifici fossero celebrati in un luogo determinato, mentre voi sareste stati dispersi in ogni parte del mondo; oppure se voleva che sacrificaste in un solo luogo non doveva disperdervi in tutto l’universo e non doveva rendere inaccessibile quella città nella quale soltanto aveva comandato di immolare le vittime dei sacrifici. E allora? Mi ribatti: "Non è Dio in contraddizione con sé stesso, comandando che i sacrifici devono essere celebrati in un solo luogo e poi rendere impossibile l’accesso a tale luogo?". Niente affatto, Dio è assolutamente coerente: infatti sin dall’inizio non voleva che gli fossero offerti dei sacrifici ed io porto a testimonianza lo stesso profeta Isaia che diceva: "Ascoltate la parola del Signore, principi dei Sodomiti, state attenti alla legge del vostro Dio, o popolo di Gomorra" (Is. I, 10). Con queste parole il Signore non si rivolgeva soltanto agli abitanti di Sodoma e Gomorra, ma ai Giudei. Così li chiama perché imitandone i vizi ne diventano quasi parenti! Similmente li chiama cani e stalloni non perché si sia trasformata la loro natura, ma perché sono simili a quegli animali nella loro lussuria. ""Che mi importa del numero delle vostre vittime?" dice il Signore" (Is. I, 11). Le parole del Signore sono rivolte agli ebrei perché gli abitanti di Sodoma non hanno mai immolato vittime; ed il Signore chiama gli ebrei "sodomiti" per quella affinità nel male di cui prima abbiamo parlato.
""Che mi importa del gran numero delle vostre vittime?", dice il Signore. "Sono sazio di montoni sacrificati e di grasso di agnelli, e non voglio neppure sangue di tori o di caproni, né voglio che vi presentiate al mio cospetto. Chi mai ha preteso tutto questo dalle vostre mani?"" (Is. I, 11 segg.). Udite la voce di Isaia proclamare chiaramente che sin dall’origine questi sacrifici non erano richiesti? Infatti se il Signore li avesse voluti, avrebbe imposto a quei virtuosi patriarchi che erano vissuti prima, quello stile di vita. Chiedi: "Perché allora ha introdotto più tardi questi usi?". A causa senza dubbio della vostra debolezza. Come un medico che vede un uomo in preda alla febbre diventare inquieto, impaziente, desideroso di bevande fredde, e minacciare, se non accontentato, di impiccarsi o di gettarsi nel vuoto, questo medico desideroso di strapparlo ad una morte violenta e per impedire un gran male, permette un male minore. Così fece il Signore, quando vide gli ebrei fuor di senno, inquieti, avidi di offerte di vittime e in uno stato tale che ormai, se non avessero ottenuto quanto desideravano, erano pronti a passare all’adorazione degli idoli, anzi non solo pronti ma già caduti nella colpa, allora il Signore permise l’immolazione delle vittime. Affinché tu ben comprenda che questa fu la causa, dirò che quanto io affermo è dimostrato dal momento in cui il permesso fu proclamato. Infatti dopo la festa nella quale gli ebrei avevano celebrato con gli empi demoni, proprio in quel momento il Signore permise loro di immolare animali, quasi dicendo: pazzi, smaniosi di immolare delle vittime, allora piuttosto immolatele a me. Tuttavia non lo permise perché fosse fatto in perpetuo, ma in seguito lo revocò con grandissima saggezza. E come quel medico di cui abbiamo parlato (nulla vieta di usare di nuovo lo stesso esempio), dopo aver ceduto al desiderio del malato, gli prescrive di bere l’acqua solo nella coppa da lui portata da casa, e in seguito, avendo persuaso il malato a farlo, raccomanda a quelli che lo assistono di rompere, segretamente e a sua insaputa, quella coppa per liberarlo dal desiderio di bere acqua fredda: lo stesso fece il Signore permettendo i sacrifici. Infatti non permise che fossero celebrati in nessun altro luogo, ma soltanto a Gerusalemme. Dopo che per breve tempo ebbero sacrificato, subito distrusse la città. Come il medico aveva infranto la coppa, così Dio distruggendo la città fin dalle fondamenta portò i Giudei, loro malgrado, a rinunziare alle vittime.
Infatti se avesse detto chiaramente e semplicemente "Smettete!", non avrebbero facilmente abbandonato il loro insano desiderio di sacrifici. Invece l’obbligo di andare in un solo luogo stabilito, li allontanò senza che se ne rendessero conto dalla pazzia delle offerte. Così Dio è come il medico, la coppa Gerusalemme, il malato intrattabile è il popolo degli ebrei ed infine la bevanda fredda è il permesso e la facoltà di immolare le vittime. Dunque come il medico rompendo la coppa arresta nel malato quell’insensato desiderio di bevanda fredda, così Dio distruggendo completamente la città, tanto da renderla inaccessibile, allontanò gli ebrei dai sacrifici. Se non fosse per questa ragione, perché mai avrebbe limitato questo culto ad un solo luogo, Egli che è presente ovunque e che riempie l’universo intero?
Del resto, perché mai il culto ridotto alle vittime, le vittime sacrificate in un solo luogo, questo luogo legato ad un tempo determinato, questo tempo circoscritto ad una sola città, infine perché distruggere questa stessa città? Non è forse sorprendente e straordinario che agli ebrei sia concesso il mondo intero, dove tuttavia non è permesso di fare sacrifici, e l’unico luogo in cui sarebbe lecito, Gerusalemme, sia per essi inaccessibile? Non è quindi chiarissimo ed evidente anche ai più stolti che la città è stata distrutta per questa ragione? Invero come un architetto che ha gettato le fondamenta di un edificio, elevato i muri, costruita la volta e posata la pietra che ne è la chiave, se mai toglie questa pietra distrugge e scompagina tutto l’edificio, similmente Dio, che aveva fatto della città di Gerusalemme quasi la chiave di volta della religione giudaica, distruggendo questa città non ha insieme demolito le istituzioni che le erano proprie?
7 - A questo punto fermiamo i nostri attacchi contro i Giudei. Oggi abbiamo soltanto lanciato dardi da lontano, e abbiamo parlato quanto bastava per scacciare il pericolo dai nostri fratelli e forse abbiamo parlato anche troppo ampiamente. Tuttavia mi resta ancora, ed è molto necessario, di esortare voi presenti ad avere una grandissima sollecitudine per i nostri fratelli. Non dite: "Che mi importa? Perché mai debbo essere sollecito ed occuparmi degli affari altrui?". Il Signore è morto per noi e tu non dici neppure una parola? Che scusa troverai, che giustificazione potrai portare? Dimmi come potrai presentarti fiducioso al tribunale di Cristo dopo aver finto di non vedere la perdita di tante anime? Volesse il cielo che io potessi vedere quelli che corrono alle assemblee giudaiche, non sarebbe necessario il vostro aiuto: li correggerei immediatamente.
Ma tu, ogni volta che vi è un fratello da ammonire, non esitare, fosse anche necessario rischiare la vita. Imita il tuo Signore. Se hai un servo o una sposa trattienili in casa con fermezza; infatti se non permetti loro che vadano a teatro, non devono con più ragione star lontani dalla sinagoga dei Giudei? L’andare alla sinagoga è più grave che andare a teatro: infatti andare a teatro è una colpa, ma andare alla sinagoga è un’empietà. Non dico questo perché si permetta alla moglie o ai servi di andare a teatro, poiché è un male, ma perché si proibisca con maggior cura di andare alla sinagoga. Ma dimmi, cosa corri a vedere alla sinagoga dei Giudei nemici di Dio? Forse degli uomini che suonano le trombe? Ah! sarebbe meglio per voi restare a casa e versare, gemendo, lacrime per questi disgraziati che si ribellano ai comandi del Signore e che hanno il demonio come guida per le danze del coro. Perché come dissi prima, quello che è fatto contro la volontà di Dio, anche se per caso fosse stato precedentemente permesso, dopo diventa violazione della legge e causa di innumerevoli castighi. I Giudei suonavano la tromba quando avevano ancora i sacrifici, ma adesso non è più permesso di farlo; ascolta dunque per qual ragione sono state date loro le trombe: "Fatevi delle trombe di argento battuto" aveva detto il Signore (Num. X, 2) e poi indicando il loro impiego, aggiunse: "E con esse suonerete durante gli olocausti e i sacrifici fatti per la vostra salvezza". Ebbene dove è ora l’altare, dove l’arca, dove il Tabernacolo e il Santo dei Santi, dove i sacerdoti, dove la gloria dei cherubini, dove l’aureo turibolo, dove il propiziatorio, dove la coppa, dove i sacri vasi per le libagioni, dove quel fuoco disceso dal cielo?
Avete perduto tutto questo, non conservate altro che le trombe. Ma tu non vedi che il loro culto è un gioco, non un atto di omaggio a Dio? Ma in verità, se condanniamo loro perché trasgrediscono la legge, con molta più energia condanniamo voi che accorrete da loro, e non soltanto rimproveriamo quelli che vanno dai Giudei, ma anche quelli che avendo l’autorità di proibirlo rifiutano di farlo. Non dirmi: "Che cosa ho io in comune con questo o con quello? È uno straniero, non lo conosco". Invece finché sarà un fedele, partecipe degli stessi misteri, finché verrà con noi nella stessa chiesa, ti è più parente di fratelli, di congiunti, di amici e di tutti gli altri. Perciò come non si condannano soltanto i ladri, ma con la stessa pena, si condannano anche coloro che potendo impedire il furto, non lo hanno fatto, così allo stesso modo sono puniti stessa non solo coloro che agiscono con empietà, ma anche quelli che potendoli strappare dal male non vollero farlo, per pigrizia o per indifferenza.
Se invero il servo del Vangelo che aveva ricevuto un talento lo aveva sotterrato, restituendolo poi integro, viene punito per non averne tratto frutto (Mt. XVIII, 24), così anche tu, se pure resterai pio ed innocente, subirai la stessa pena se non fai fruttare il tuo talento e non porti in salvo un fratello. Pretendo troppo? Che ciascuno di voi mi salvi uno dei fratelli, sia zelante e premuroso, cosicché alla prossima assemblea saremo senza dubbio presenti con gran fierezza per portare i doni al Signore, i doni, lo ripeto, più preziosi di tutti, cioè le anime degli erranti riportate a Lui. Dovessimo anche essere insultati, percossi, offesi in ogni modo, facciamo di tutto per riconquistarli. Talora i malati ci maltrattano, ma tolleriamo le contumelie e gli incessanti rimbrotti e non siamo offesi dai loro modi perché non desideriamo nient’altro che la guarigione dell’uomo che la malattia spinge ad un tale comportamento. Più di una volta il paziente ha strappato l’abito del medico, che tuttavia non ha per questo cessato di curarlo. Non è incomprensibile che mentre con tanta diligenza ci occupiamo dei bisogni del corpo, si abbia tanta indifferenza per le anime avviate alla perdizione, quasi che non accada nulla di grave se si corrompono dei nostri fratelli? Non così giudicava Paolo. Ma allora in che modo? "Chi, disse, è debole senza che io sia debole con lui? Chi è scandalizzato senza che anch’io bruci?" (II Cor. XI, 29). Brucia anche tu di questo fuoco, e se vedi un fratello che sta per perire, anche se grida, lancia insulti, ti percuote, minaccia di esserti nemico in futuro, qualsiasi malvagità tenti contro di te, sfida tutto coraggiosamente per procurargli la salvezza.
Se pure egli ti sarà nemico, ti sarà amico il Signore e in quel giorno supremo ti ricompenserà largamente. Potessimo noi vedere che per i voti e le preghiere dei santi si salvano quelli che si erano smarriti e che voi tornate soddisfatti da questa caccia, e che questi Giudei blasfemi, guariti della loro empietà, riconoscono Cristo che è stato da loro crocefisso! Sicché con un sentimento comune ed una sola voce rendiamo grazie a Dio, Padre di Nostro Signor Gesù Cristo, cui appartengono gloria e potere, in unità con lo Spirito Santo nei secoli dei secoli. Così sia.